Verdone sacro e profano lancia la commedia "social"

L'attore in "Benedetta follia" (esce nel 2018) racconta l'incontro tra generazioni. Con la sua verve polemica

Lui, Guglielmo, compassato e vestito di nero come un prete, le allunga un pacchetto di assorbenti igienici per signora: «Aveva un'esigenza?». Lei, Luna, sottonatiche al vento negli shorts sfrangiati, gli segnala che manca pure la carta igienica: «Mica annamo bene». Tra statue di Madre Teresa di Calcutta, stole, capsule e catene d'oro, dentro uno storico negozio di paramenti sacri dietro il Pantheon, Carlo Verdone batte il ciak di Benedetta follia, piéce comica in uscita a gennaio. E pronto a prendere il posto dell'assente Zalone, passata l'onda dei film di Natale. Tra sacro e profano, l'autore, che qui scrive, interpreta e dirige una commedia all'italiana, zeppa di allusioni al momento contemporaneo, narra la storia di un'amicizia.

E di un cambiamento profondo, che avviene tra un gruppo di ragazze devote a Tinder, un uomo di mezza età mollato dalla moglie Lidia (Lucrezia Lante della Rovere) e una coatta di periferia, lei pure lasciata dal suo compagno. «Io l'assumo per un mese, con preghiera di stare attenta al dialetto», dice il pio uomo, rivolgendosi alla «buzzicona» pratica della blogosfera, in prova come commessa. Nei pochi panni di Luna, Ilenia Pastorelli, ex gieffina, ex-vendeuse, ex-cameriera e attrice premiata ai David di Donatello per Jeeg Robot, è a suo agio. E abbraccia il principale come una figlia. «Lavorare con Carlo? E' un sogno: sono cresciuta con i suoi film», esulta la trentenne che, nei modi, ricorda la collega Micaela Ramazzotti. «Solo che lei è vera: viene dalla Magliana!», riflette Verdone, che gira a Roma con grande sofferenza.

E mica per via del caldo africano. «Qui la gente non ci vuole bene. A cominciare dai vecchi pistoni, come quello che vende i quadri e chiede mille euro al giorno perché invadiamo il suo spazio. Si sposti lui perché è nell'inquadratura!», lamenta Carlo, che alle cinque del mattino va al Pantheon per bonificare quel suk di persona. Cartacce, gentaglia, tutto deve sparire prima del ciak. «M'invitano a braccia aperte a girare a Udine e a Milano. Sono molto triste: Roma è stata una grande città e ci vorrà qualcuno con le palle per sistemarla. Ho visto due pozze d'acqua per strada, mentre il lago di Bracciano è in secca. Pensare che in Romania m'hanno chiesto i documenti perché fumavo per strada!».

Amarezze capitoline a parte, quello presente, nove settimane di lavorazione tra la Capitale, Ostia e Sperlonga, è un lavoro al femminile: Maria Pia Calzone, donna Imma in Gomorra, è l'infermiera Ornella, che al pronto soccorso rianimerà il sor Guglielmo impasticcato; Lucrezia Lante della Rovere è Lidia, borghese consorte bisex del protagonista, che non sopporta più e Paola Minaccioni, una delle tre ragazze di Tinder. «Quasi tutti i miei film sono con donne: da Maledetto il giorno che t'ho incontrato a Io, loro e Lara. Le donne hanno molto da raccontare. Gli uomini, oggi, decidono di non decidere: il personaggio maschile è assente. Vedo 35enni che vivono con i genitori... La donna mi consente d'essere messo all'angolo: più sto in difficoltà, più rendo», svela Carlo, stressato dalla vana trattativa con l'americana Tinder, l'app del momento per gli incontri in Rete.

Segnalata da Nicola Guaglianone, sceneggiatore del film con il regista e con Menotti (Roberto Marchionni), la Pastorelli è stata scelta per la sua energia. «Volevo una ragazza che trasportasse se stessa sul set. E lei va avanti con l'anima. E mi dà la possibilità d'andare a mille: da ingessato baciapile, grigio e noioso, diventerò un pazzo».

Ma mentre di sacro, al mondo, c'è rimasto poco, dove si situa il contrasto col profano, invocato da Benedetta follia? «La spiritualità si acquisisce attraverso il viaggio nel profano. Luna m'invita a buttarmi nei social, per trovare compagnia. E i social sono la costola dell'oggi: non ti sganci. Io li uso in modo equilibrato: c'è un 50% di sani e un 50% di matti». Due volte giurato a Venezia, Verdone ha idee chiare sulla kermesse cinematografica: «Se la Mostra non dà segnali, con film che la gente va a vedere, non serve». Lo irrita il ricordo del massimo riconoscimento, nel 2014, a Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza di Roy Andersson: «Un film da cineclub», sentenzia.