La verità scientifica? Nasce dal coraggio di coltivare il dubbio

L'immunologo Mantovani ci racconta i principi della ricerca e dell'innovazione

Spesso, anche per colpa di chi fa ricerca scientifica, la scienza viene presentata come il mondo delle certezze assolute. Invece, l'essenza della scienza è in realtà l'esatto contrario: mettere e mettersi continuamente in discussione, confrontarsi costantemente, sulla base dei dati. Il dubbio storicamente è stato e tuttora è uno dei motori dell'innovazione e dei grandi cambiamenti di paradigma che hanno caratterizzato la storia della scienza in generale e della biomedicina in particolare. Se penso ad esempio alle mie discipline, l'immunologia e l'oncologia, negli ultimi vent'anni abbiamo assistito oltre che avuto la fortuna di vivere in prima persona a due grandi cambiamenti di paradigma, derivati dal fatto che le visioni tradizionali e le certezze sono state messe in dubbio.

In ambito immunologico, l'immunità innata, la nostra prima linea di difesa mediata dai fagociti, era riconosciuta importante ma considerata di serie B, come una sorta di riserva indiana. Negli ultimi vent'anni, la prospettiva si è ribaltata: una serie di scoperte hanno evidenziato che l'immunità innata, che da sola è sufficiente per risolvere i problemi nell'85-90% delle specie viventi, oltre a costituire la prima linea di difesa negli organismi cosiddetti superiori come l'uomo, è fondamentale per l'attivazione e l'orientamento della risposta immunitaria più sofisticata, quella che è venuta dopo nell'evoluzione. È dunque la stessa immunità innata non solo a chiamare in causa l'immunità adattativa, attraverso le cellule sentinella, ma anche a condizionare il tipo di armi che verranno poi utilizzate.

E non è tutto. Sono sempre le cellule dell'immunità innata ad attivare l'infiammazione, che si è affermata negli ultimi dieci-quindici anni come una meta-narrazione della medicina del terzo millennio. Ci si è infatti accorti che malattie diverse da quelle degenerative del sistema nervoso centrale alle cardiovascolari e al cancro sono in qualche modo accomunate dalla presenza di una componente infiammatoria. È stato, questo, un grande cambiamento di paradigma.

Lo stesso vale per l'oncologia. Solo dieci o quindici anni fa erano in pochi a credere che l'immunologia avrebbe potuto dare un valido contributo alla lotta contro il cancro. Nel giro di pochi anni, invece, abbiamo assistito a un capovolgimento di questo paradigma. La sempre migliore conoscenza del ruolo del sistema immunitario nei tumori, la scoperta da una parte che le nostre difese, a volte, vengono corrotte o frenate dal cancro, e dall'altra parte che il tumore, per crescere, crea intorno a sé un ambiente infiammatorio che lo favorisce, ci ha permesso di mettere a punto nuove strategie terapeutiche, basate sulle armi dell'immunità. La cosiddetta immunoterapia, che oggi si è affiancata con successo alle cure più tradizionali come chirurgia, radioterapia, chemioterapia e targeted therapies.

In tutti questi casi, dal dubbio, dal mettere in discussione le conoscenze assodate certamente con rigore scientifico e basandosi sui dati sono nate nuove certezze. E i giovani hanno, in questo percorso, un ruolo fondamentale.

Fisiologicamente, infatti, sono proprio i giovani scienziati che, più di tutti, mettono in discussione le certezze. È successo anche a me, nel mio percorso, quando ho proposto che, nei tumori, le cellule dell'immunità innata che chiamiamo macrofagi si comportassero come poliziotti corrotti, che invece di arrestare il nemico lo aiutano a spadroneggiare. E accade a tanti, tantissimi giovani. Senza i giovani scienziati, senza la freschezza delle loro idee e il loro coraggio di nuotare controcorrente, a volte, ben poche delle attuali conoscenze si sarebbero cristallizzate come certezze.

Proprio per questo, recentemente, ho provato a lasciare agli studenti che si affacciano al mondo della scienza un messaggio in bottiglia, scrivendo il libro Non aver paura di sognare. Decalogo per aspiranti scienziati (La Nave di Teseo, 2016). Mi piace ricordare in particolare tre dei dieci suggerimenti che ho messo nero su bianco in questo libro.

Innanzitutto l'invito a seguire le proprie passioni. Poco tempo fa è morto Stephen Hawking, che nella sua vita si è occupato di scienze davvero dure, come la fisica e l'astrofisica. Mi ha colpito molto la sua frase: La scienza non è solo una disciplina della ragione, ma anche del romanticismo e della passione.

Non potrei essere più d'accordo. Senza passione non si nuota controcorrente mettendo in dubbio le certezze. E non si fa buona scienza.

Il secondo, fondamentale suggerimento è il rispetto dei dati. Un valore per la ricerca scientifica e nel campo delle scienze della vita: quando non si rispettano i dati, si fanno disastri: basti pensare all'impatto di un falso come quello di Andrew Wakefield che millantò il legame tra vaccino antimorbillo e autismo sulla pratica vaccinale. Un falso per il quale è stato pagato e tuttora si paga un prezzo altissimo, in salute e vite umane, di bambini in particolare, come dimostra la storia recente del nostro Paese.

Ben lontano dall'essere un valore solo per il mondo scientifico, sarebbe bello che il rispetto dei dati fosse un valore condiviso dall'intera società civile, e che il confronto delle idee lo avesse sempre come presupposto.

Terzo e ultimo suggerimento: mettere in dubbio le certezze con l'ambizione di cambiare il mondo e la scienza, in meglio. Non si può dimenticare che, da questo punto di vista, la ricerca scientifica in medicina ha davvero cambiato il mondo, facendo sì che l'aspettativa di vita di un bambino in un Paese ricco, oggi, sia di oltre ottant'anni, contro i quaranta di circa un secolo fa.

Ma per cambiare davvero il mondo non si dovrebbe nemmeno dimenticare il fatto che, nonostante i progressi, ancora ai giorni nostri un milione e mezzo di bambini muoiono, nei Paesi poveri, perché non hanno accesso ai vaccini più elementari. Per i quali non abbiamo bisogno di ricerca scientifica, ma solo di condivisione.