Viaggio al termine dei litigi di Céline coi suoi editori. "Siete tutti delle carogne"

Escono le lettere che vanno dagli anni del successo fino alla morte. Un autore in lotta con il mondo...

«Gli editori sono tutte carogne». Ma sì, è Céline che batte alla porta, strepita, irride, maledice, minaccia, s'incazza... Bentornato, allora, Ferdinand, sull'onda di queste Lettere agli editori (Quodilbet, pagg. 250, euro 19, a cura di Martina Cardelli), una silloge delle oltre 600 pagine di lettere alla Nouvelle Revue Française e delle 200 e passa alle edizioni Denoël e a Pierre Monnier, ovvero un susseguirsi di scontri, precisazioni, offese, recriminazioni.

«Voi siete il solo che sia passato a degli atti di violenza» gli scriverà Robert Denoël dopo che Ferdinand gli aveva fatto protestare un assegno non coperto. «Non faccio appello ai vostri sentimenti, il che è inutile, ma al vostro interesse. Suppongo che su questo potremo sempre intenderci».

Il fatto è che Céline sapeva di essere Céline, vale a dire il più grande scrittore francese (?) del Novecento. «I miei romanzi mi fruttavano un milione di franchi l'anno fino al 1944» farà sapere al professore ebreo-americano Milton Hindus, un altro con cui finirà a cazzotti dopo aver fatto per lettera lingua in bocca. «E al mio sfortunato editore Denoël, largamente il doppio. Ero anche l'autore più caro di Francia! Avendo sempre fatto medicina gratis, avevo giurato a me stesso d'essere lo scrittore più esigente sul mercato e lo ero». Nell'arco di tempo che va dall'uscita del Voyage, nel 1932, all'immediato dopoguerra, quando si ritrova incastrato in Danimarca, aveva venduto un totale di mezzo milione di copie per otto titoli...

Questa consapevolezza non derivava dal successo. Quando lascia in visione il manoscritto di Voyage au bout de la nuit a Gallimard, la casa editrice per eccellenza, nel biglietto di presentazione Céline orgogliosamente scrive che lì «c'è pane per un secolo intero di letteratura. È il premio Goncourt 1932 comodo comodo per il Felice Editore che saprà accettare quest'opera senza pari, questo monumento capitale della natura umana»... Sfortunatamente per Gallimard (e anche per Céline), il comitato di lettura traccheggia, ha delle perplessità, apprezza il volume («romanzo comunista contenente episodi di guerra molto ben raccontati. Scritto a volte in argot un po' esasperante, ma in generale con molta verve. Sarebbe da sfrondare» è il giudizio), però vorrebbe che l'autore ci rimettesse le mani. Dopo due mesi e mezzo di attesa il dottor Destouches rompe gli indugi e firma con Denoël. Il romanzo non vincerà il Goncourt e il grande incontro con l'establishment della cultura verrà rinviato di un trentennio. «Ho fatto tutto quanto era necessario per rendermelo ostile in vita e in morte! Dal 1932! Vecchio conto» chioserà il nostro quando vent'anni dopo rientrerà in circolazione.

«Romanzo comunista» dicono chez Gallimard. È un giudizio guidato da Céline stesso. Gli ci sono voluti «cinque anni di sgobbo» per quello che «più che un vero romanzo è una sinfonia letteraria, emotiva, assai vicina a ciò che si ottiene o si dovrebbe ottenere con la musica»... La trama? «È un grande affresco di populismo lirico, di comunismo con l'anima, malizioso, dunque, vivo». Il protagonista? «Un proletario moderno che decide di far fuori una vecchia signora e possedere una volta per tutte un piccolo capitale e così un inizio di libertà». Eccolo qui il comunismo secondo Ferdinand. La vita è uno schifo e il sole non è per tutti: nel tuo status crepi di fame, se vuoi cambiare devi far violenza agli altri nonché a te stesso. E il cambio non ti piacerà.

Firmando con Denoël, Céline non ha neppure il problema di rivedere il dattiloscritto, come gli esperti di Gallimard pretendevano. «Soprattutto, non aggiungete una sillaba al testo senza preavvisarmi! Fottereste il ritmo come niente solo io posso ritrovarlo là dov'è. Ho l'aria bavosa, ma so a meraviglia ciò che voglio. Non una sillaba. Fate anche attenzione alla copertina. Niente musichallismo. Niente sentimentalismo tipografico. Del classico».

Nell'ottobre del 1932 il Voyage esce e ha un'eco clamorosa. Di critica e di pubblico. Gallimard capisce di aver perso la gallina dalle uova d'oro. Denoël di averla trovata. Tutti e due cercano, comunque, di sfruttarla. Jean Paulhan, che della prima è il direttore editoriale, tenta di farlo scrivere per la N.R.F, ma Céline sa stare con i piedi per terra e magari un po' ci gode a fare il gran rifiuto: «Sono lusingato dall'offerta che mi fate, ma scrivo lentissimamente e solo per enormi scenari e nel corso di anni. Queste diverse infermità mi condannano ai monumenti che sapete». Quanto al suo legittimo editore che, tempo sei mesi, già preme per un secondo best seller, gli replica: «Volete una storia? Mi occorre tempo, molto tempo. Tutto ciò che non è un po' eterno non dura e - peggio - non vende. Sarà necessario che me ne vada a zonzo ancora per molto prima di rimettere la penna in mano. Vade retro, ingordo parassita». Un anno più tardi, quando si comincerà a discutere di Mort à crédit, nel dettare le condizioni («altrimenti non più Mort à credit di burro al culo») assicurerà: «Si tratta di succo puro, di prima spremitura».

Come è noto, la partita di Céline contro il resto del mondo si compone di due tempi. Il primo si conclude con un disastro personale e politico. Lentamente, con fatica, nell'intervallo Ferdinand cerca di riottenere quella dignità di scrittore e di coscienza critica che era stata sua e che ora, alla luce del periodo collaborazionista, viene liquidata come indegna. Così, il Céline «criminale di guerra», che però si considera «lo scrittore del Novecento», cerca di nuovo alleati in Francia, il terreno più infido e più difficile. Da questo punto di vista, gli scambi epistolari con la casa editrice Gallimard, nelle persone fisiche di Jean Paulhan, la famiglia Gallimard, il titolare Gaston, soprattutto, e Roger Nimier, che va dall'ottobre 1947 al giorno della morte, è fondamentale.

Le lettere marciano su un duplice, anzi triplice binario. Sul primo corre il métro émotif, il treno dello stile. «Tutto il mio lavoro è consistito nel cercare di rendere la prosa francese più sensibile, tesa, precisa, sferzante e cattiva iniettandole un linguaggio parlato, il suo ritmo, il suo tipo di poesia e di tenerezza malgrado tutto, di resa emotiva». «Sono io il maniaco di un certo modo di pensare che sia il tempo solo a contare, a offrirci una trama, la sua trama, per ricamarci un certo Stile, un certo ritmo. Quello del minuto che passa, l'istante e tutto è finito! Istantaneista sono io». «Sono io l'inventore, lo sfondatore di quella porta dove, sino al Voyage, stagnava il romanzo». Per questo vuole un riconoscimento formale, l'ingresso nella Pléiade, la sanzione stampata della propria grandezza.

Sul secondo corre il vagone della negazione e/o riduzione di ciò di cui è incolpato, della congiura ai suoi danni. «Sono un patriota sfrenato in un Paese di degenerati, lacchè e bastardi. Si tratta di ben altra cosa che tradimento, è precisamente il contrario. Sono gli altri, tutti gli altri, che galoppano urlando dietro la bandiera, gareggiando per farsi inculare dal miglior offerente. Per essi il mio caso è inespiabile e in più c'è il Voyage da far digerire e non me lo si perdonerà mai, ancor meno del resto». «Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei! Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani e contemporaneamente, del resto, di ebrei! Non ho voluto Aushwitz, Buchenwald. Cazzo! Basta! Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine». «La Germania mi fa naturalmente orrore. La trovo provinciale, pesante, grossolana. Per me è quella del '14, la gare de l'Est, la linea dei Vosgi, la morte, la salsiccia, l'elmetto a punta».

Sul terzo, infine, fila il direttissimo delle recriminazioni, delle ingiurie, degli editori traditori, dei soldi che non arrivano, della pubblicità che manca, del boicottaggio. Ancora nel 1954 le vendite oscillano sulle duemila copie a titolo. Céline è un nome da maledire e uno scrittore da dimenticare. Sotto un torrente di ingiurie, minacce e prese per il culo, gli interlocutori passano la mano. Paulhan lascia nel 1956: «Le vostre lettere hanno cessato di divertirmi, in esse non c'è che acre malevolenza, continua, subdola e falsa». «Di che si lagna quel vecchio bavoso» sarà la risposta: «Trova che la sposa è troppo bella, ha troppo temperamento?». Gaston Gallimard si defila qualche anno dopo: «Non potete dubitare dell'importanza che io do sempre alla vostra opera. Normance si vende male. Non ho firmato un contratto con Ben Gurion e Stalin per frenare le vendite. Le vostre sono le lettere di un bambino o di un pazzo». Solo l'arrivo di Nimier, nel '56, segna la tregua. In lui Ferdinand trova la giovinezza, il brio, la capacità di difenderlo e di farlo divertire, la levità dello stile, una certa incoscienza cavalleresca. Il giorno prima di morire è però a Gaston Gallimard che si deve rivolgere, visto che ha terminato il suo nuovo libro. Sulle pagine dei giornali imperversa la rivolta dei contadini bretoni, e Céline non se la lascia sfuggire: «Caro Editore e amico, credo sia venuto il momento di vincolarci con un nuovo contratto, per il mio prossimo romanzo, rigodon... stessi termini del precedente a parte la somma - 1500 NF invece di 1000 - altrimenti affitto anch'io un trattore e vado a sfondare la N.R.F»...