Villaggi allagati, fatica e stragi. E Stalin creò il Grande Volga

Un viaggio lungo la rete di canali voluta dal dittatore per solcare l'Urss. Fu realizzata dagli schiavi dei gulag

Sarebbero "Anime Morte", non fosse che per quel campanile che spunta dall'acqua: sarebbero come i braccianti deceduti per il duro lavoro negli inverni russi e di cui non si è mai registrata la scomparsa e di cui parla Nikolaj Gogol nell'omonimo romanzo se qualcuno, vedendo emergere a sorpresa dei sottili campanili in pietra dalle acque calme che da Mosca portano a San Pietroburgo, non si chiedesse cosa raccontano quelle punte improvvise tra le correnti e cosa nascondono sotto. Centinaia furono le città, i borghi e i villaggi allagati in toto per realizzare il Piano Marininskaja, che già Pietro il Grande aveva cominciato: un sogno, quello chiamato anche del Grande Volga, che Stalin si occupò di cercare di completare per rendere Mosca la capitale dei 5 mari, ovvero congiungendo il Mar Baltico con il Bianco a Nord, e a Sud il Mar Nero, Caspio e d'Azov. Per il cui ottenimento furono impiegati come forza lavoratrice i prigionieri dei Gulag e per cui si contano un milione di morti.

Questi campanili-testimonianza sono l'unica traccia di interi villaggi e cittadine che giacciono sul fondo del fiume, e sono visibili lungo i 3690 km del Volga e dei canali oggi percorribili in nave grazie al ricco sistema di chiuse che consentono alle imbarcazioni di superare i dislivelli del terreno. Il paesaggio romantico che si attraversa, lentamente e inserendosi senza invaderlo nel silenzio della natura incontaminata che circonda il fiume, non mostra certo segni della disperazione in cui è stato creato eccetto per i campanili: in soli 3 anni, dal 1931 al 1934, Stalin cominciò a realizzare il sogno russo di collegarsi al mare. Nel 1934 inaugurò il Kanal Imeni Stalina (Canale nel nome di Stalin), che fu celebrato con grande clamore, nascondendo immediatamente le testimonianze di chi aveva potuto vedere le condizioni sub-umane in cui era stato realizzato. Il lavoro proseguì lungo altri tratti, e nel 1940 già parecchie parti dell'intero percorso di navigazione erano concluse. La Seconda Guerra Mondale ne bloccò il completamento, ma dal 1964 il canale Volga-Baltico era terminato, con le sue 39 antiche chiuse in legno e quelle nuove, con le congiunzioni che uniscono il Lago Ladoga, il Lago Onega e il Lago Bianco.

Magari solo un popolo in cui ogni uomo è, come disse, parlando dei russi, lo scrittore moscovita Aleksandr Ivanovi Herzen (1812-1870) «avido di vivere ogni possibile esperienza umana fino alla morte e forse avido di conoscere anche la morte nella speranza di trovarla migliore della vita» può cercare di resistere e di non desiderare di morire subito lavorando a qualsiasi temperatura, con abiti a dir poco poveri, senza quasi cibo e nelle acque gelide che portano dal Mar Baltico al Mar Bianco. Anche se, più probabilmente, è del tutto inutile cercare degli alibi per la sparizione senza dignità né, finora, memoria del milione di morti, tutti i prigionieri dei Gulag, che venivano sfruttati come manodopera e che si spensero nella costruzione del Grande Volga. Questo è oggi una meta turistica di grande fascino, e la navigazione che va da Mosca a San Pietroburgo è di sorprendente bellezza, certamente una meraviglia sempre mista al rancore di sottofondo per tutte quelle vittime senza più nome che hanno dovuto dare la propria vita per costruire i canali e le chiuse.

Partendo dal porto fluviale della Capitale inizia subito l'immersione in quello che sarà un viaggio nelle certezze che il regime comunista ha voluto costruire a danno di numerose vite: il Canale di Mosca ha come punto d'approdo il monumento che celebra appunto la congiunzione di Mosca con la Moscova, il fiume che attraversa la città, e il Volga. Si tratta di una costruzione desolatamente altisonante e tronfia, circondata da un grande parco che pochi frequentano al di fuori dei passeggeri delle navi che vi attraccano. Dopo la Chiusa di Uglich, in un solo giorno di navigazione s'incontra il Campanile sommerso di Kaljazin, di cui emerge dall'acqua la parte finale, con tre spazi per le campane: costruito nel 1800, nei suoi 70 mt originari fu per molto tempo uno degli edifici più alti sul Volga ed era annesso alla Cattedrale di San Nicola sulla piazza del mercato della città. Tutto ciò è sparito sott'acqua, resta solo la punta del campanile e alcune costruzioni del XVIII-XIX secolo, che si salvarono semplicemente perché situate sulle colline più alte attorno al canale e da cui è ripartirta la costruzione della cittadina. Kaljazin, infatti, era nel 1700 una prospera località, che cerca di mantenere memoria di se stessa grazie alla conservazione delle poche vie rimaste sulle parti alte e grazie alla lavorazione del lino e del feltro per cui è conosciuta. La nave, quando attraversa le città sepolte sotto l'acqua, percorre dei corridoi realizzati appositamente per la navigazione, sempre ottenuti attraverso il lavoro dei prigionieri. Continuando verso San Pietroburgo, prima di immettersi nel fiume Sheksna si incontra gigantesco lago artificiale di Rybinsk (4.500 km2 di ampiezza e 60 km di lunghezza): per costruire questo mare, così è chiamato il Rybinsk (da ryba che significa pesce) i prigionieri dei Gulag dovettero allagare borghi e villaggi e inondare più di 4mila ettari di terre coltivati. Certo, c'era chi tra gli abitanti dei paesi allagati si lamentava, chi cercava di ribellarsi per non perdere tutto, improvvisamente e in nome di un progetto statale. Ci fu chi si legò ai propri possedimenti in atto di rimostranza: furono persone in molti casi abbandonate a se stesse, nessuno cercò di salvarle perché, si dice, «avrebbero avuto tutto il tempo di cambiare idea e andare via prima di morire». Nelle acque di questo immenso percorso di navigazione giacciono quindi i corpi degli abitanti che non vollero abbandonare la propria casa, oltre a quelli degli operai.

Dopo il fiume Sheksna la navigazione prosegue nel Lago Bianco, a nord della provincia di Vologda. Una forma ovale quasi perfetta per 1400 km d'acqua molto pescosa (nel XVII secolo il Lago Bianco era conosciuto come «il luogo di pesca dello zar») e circondati dai boschi: il Lago Bianco è entrato a far parte del sistema di navigazione realizzato da Stalin superando i 162 metri di dislivello lungo i 1817 chilometri navigabili. Appena prima di entrare nel Lago, un'enorme distesa d'acqua in cui a volte non si vede l'orizzonte, s'incontra, sempre provenendo da Mosca e quindi percorrendo l'alta Sheksna, la chiesa di Krochino: una struttura del XIX secolo che risulta allagata fino al primo corridoio di finestre: sembra un oggetto dimenticato in uno stagno, abbandonato se stesso a deperire nell'acqua. Il villaggio dietro al monastero, omonimo, che fu fondato nel 1600 e fu un porto importante sul Lago Bianco, è stato completamente cancellato dai sovietici inondandolo per facilitare il percorso di navigazione e le centrali idroelettriche della Sheksna. È sparito dalle mappe e resta solo la chiesa per metà allagata.

Un monastero e un villaggio del 1600 sono stati cancellati dalla vista e dalla memoria in onore di un imponente lavoro di ingegneria, ma in totale assenza di rispetto per le vite di chi viveva questi luoghi e di chi fu costretto ad abbatterli.