Violenza ma con stile: inimitabile la "Gomorra" di Gabriele d'Annunzio

Nuova edizione per le storie scritte dal Vate a Napoli, quando in due anni intensi ne fece di ogni colore

Che la vita di Gabriele d'Annunzio sia stata inimitabile e sregolata lo sappiamo ma quel che combinò a Napoli nei "due anni di splendida miseria" in cui mise in scena la sua "vita spericolata" sotto il Vesuvio è oltre ogni immaginazione. Vi arrivò il 29 agosto 1891 con il pittore e suo fraterno amico Francesco Paolo Michetti e vi sarebbe dovuto restare solo pochi giorni giacché i due erano in viaggio verso la Sicilia. Vi restò ventisette mesi e ne fece di tutti i colori. Pubblicò due romanzi - L'Innocente e Giovanni Episcopo -, iniziò a scrivere il Trionfo della morte, mise insieme alcune delle sue migliori raccolte di poesie come Odi Navali, Elegie Romane, Poema Paradisiaco, entrò a Il Mattino di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao e scrisse tredici "pezzi" decisivi per la sua auto-formazione, pubblicò con l'editore Pierro due libretti di novelle - I Violenti e Gli Idolatri -, ascoltò Wagner e si invaghì di Nietzsche e ancor più delle ballerine del Salone Margherita, corteggiò la principessa Maria Gravina Cruyllas di Ramacca che lasciò il marito e concepì con Gabriele, che aveva lasciato moglie e figli e aveva amanti di qua e di là, un terzo figlio. Tutto questo e molto altro in due anni. Poi andò via da Napoli, per non ritornarci mai più, come vi arrivò: inseguito dai creditori, le amanti e i mariti.

La vita spericolata del giovane d'Annunzio è attraversata da una scarica di energia che confina con la violenza. Lui stesso ne era consapevole e provava a trasportare nella prosa e nei temi che metteva su carta questa scossa vitale che nella degenerazione diventa furia autodistruttiva. Le novelle napoletane che pubblicò con Luigi Pierro - che a Napoli editava Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Matilde Serao, Benedetto Croce, Antonio Fogazzaro, Vittorio Pica - ne sono diretta testimonianza, tanto che in una lettera d'Annunzio cosi scriveva a Georges Hérelle nel novembre 1893: "Vi spedisco due volumetti in cui sono le novelle che io preferisco, segnate col lapis azzurro. Francamente mi pare che le migliori sieno appunto quelle sanguigne e feroci. Sono almeno energiche e originali". Le sei novelle napoletane, che hanno un fascino fin dai titoli - La morte del duca d'Ofena, La madia, Il martire, Il fatto di Mascàlico, L'eroe e Mungià - , non hanno avuto granché fortuna e, anzi, i critici le hanno così svalutate che non furono mai più ripubblicate in quella veste che piaceva allo scrittore di Pescara. Ora le Edizioni Cento Autori le hanno ripubblicate con il titolo I Violenti e Tobia Iodice ha scritto il saggio Il Vesuvio e la Fenice che introduce come meglio non si potrebbe alla lettura delle sei ritrovate novelle "sanguigne e feroci".

La violenza, dunque, e i sei piccoli capolavori dannunziani. Una violenza che oggi - soprattutto oggi - è diventata cronaca: la violenza divina - cieca, irrazionale, spietata - e la violenza in nome della divinità che è irrazionale sì, ma occhiuta e spietata perché, per dirla con Anatole France, gli dei hanno sete. Il luogo in cui d'Annunzio mette in scena le novelle è il suo Abruzzo che sente nelle vene ma non descrive realisticamente e trasporta, invece, su un piano senza tempo in cui al centro dei racconti c'è il tributo barbarico al totem idolatrico. I personaggi dannunziani sono al contempo violenti e vittime della violenza, carnefici e soccombenti: come il duca di Ofena, che per non cadere nelle mani assassine dei suoi carnefici dai lui stesso armati, si getta nelle fiamme con il suo giovane amante; oppure come gli abitanti dell'immaginaria Radusa che son pronti a vendicare l'offesa fatta dagli uomini di Mascàlico al loro venerato San Pantaleone; e, ancora, Gialluca, il marinaio in balìa non solo del mare e della sorte ma del suo compagno d'avventura che si improvvisa ora chirurgo ora sciamàno. Attraverso i racconti il lettore vede messo in scena il dramma dell'animo umano quando è preso dalle sue stesse forze più nascoste e primitive che non si convertono in slancio positivo e forza di volontà ma atterrano e sotterrano l'uomo vittima delle sue passioni. In questa passionalità dannunziana - fa intendere la critica di Iodice - consiste la modernità dello scrittore e la antologia napoletana è tutt'altro che un "lavoro arrabattato", densa com'è di narrazione, forza evocatrice che catturano ancora oggi il lettore. A differenza dei critici che verranno dopo, Gabriele d'Annunzio dava non poca importanza alle sue novelle napoletane che rientrano, con questa pubblicazione napoletana che giunge centotrenta anni dopo la prima, nel grande processo di costruzione del monumento alla propria opera letteraria che occupò tutta la sua vita spericolata.