"La violenza sul palco: esperienza choc ai limiti del tollerabile"

Il regista al Piccolo di Milano in «The repetition» mette in scena ogni sera un lungo assassinio

In scena ha messo la pedofilia, con Five easy pieces; il terrorismo islamico con Orestes in Mosul; The Breivik Statement, lettura delle dichiarazioni del terrorista responsabile dell'attentato di Utøya nel 2011: Milo Rau, originario di Berna, 42 anni, è un autore, un drammaturgo, un regista, al momento il più desiderato in Europa.

Ma anche una personalità complessa, in cui il desiderio di essere anticonvenzionale è votato ad una rinascita del teatro e non a partigianerie superficiali. Ora è la volta della violenza che comunque fa da sottotesto a tutti i suoi drammi come rappresentazione: in The repetition, che arriva al Piccolo Teatro Strehler da domani a venerdì 10 (consigliato ai maggiori di 16 anni), il 32enne Ihsane Jarfi viene picchiato a morte a Liège, in Belgio, da quattro aggressori in branco decisi a «Dare una lezione a quel frocio».

La violenza per la violenza, homo homini lupus, il debole soccombe, la legge del più forte: ogni sera gli attori commettono di nuovo quell'assassinio e il pubblico non può salvare la vittima. Ogni sera, un trauma.

Choc, catarsi o compassione?

«Metto in scena un fatto di cronaca nera, qualcosa che è accaduto davvero, e analizzo tutti i possibili punti di vista con cui può essere interpretato e tutti i possibili background che possono averlo generato. Alla fine, ci sono venti minuti di pura violenza. Un vero studio sulla violenza: la reazione a questo è quello che voglio indagare».

Come reagisce il pubblico?

«In modi sempre diversi. Non si possono fare classificazioni. Kierkegaard si chiedeva perché ricordiamo e perché ricordare può essere un movimento utopico verso il futuro. Io non sono interessato alla violenza nella struttura, ma nella reazione che noi abbiamo ad essa. Lo stesso motivo per cui venne scritta l'Orestea dopo che i soldati tornavano dalla guerra, 500 anni prima di Cristo».

Il flusso emotivo e quello che genera, insomma.

«Il momento emotivo è un momento politico. Perché siamo quello che siamo e siamo così crudeli? Perché guardiamo il dolore degli altri, la gente che soffre, perché lo facciamo? Perché vogliamo imparare. È la filosofia della tragedia».

Che cosa risponde però a chi le dice che il modo che lei ha di costruire la rappresentazione è così controverso e traumatico da risultare politicamente scorretto?

«Il politicamente scorretto è il tipico argomento postmoderno dell'Europa. Semplicemente non credo che l'arte funzioni in questo modo. Nell'autunno 2019 il Teatro di Roma produrrà il mio Vangelo secondo Matteo da Pasolini e quindi l'ho studiato molto. Non gli dicevano mai Le tue commedie non ci piacciono, ma Sei morale: ecco il classico argomento moralistico».

Le sue commedie sono morali?

«C'è un livello strutturale che non dobbiamo mischiare a quello stilistico: ci sono ad esempio realtà demografiche o realtà culturali, come il bullismo tra i teenager, in cui i più intelligenti vengono dominati dai più forti, che non vanno strumentalizzate. Ma il politicamente corretto non viene usato, la maggior parte delle volte, per queste battaglie, bensì per moralizzare la discussione politica. Così diventa una discussione sulle parole: trattiamo i negri come negri, ma ne parliamo come se fossero i nostri migliori amici».

Lei ama usare anche attori non professionisti: come mai?

«I non professionisti sono autentici e con questo ispirano i veri attori. Il teatro non solo investiga sulla realtà, ma è la realtà e per fare questo serve essere continuamente ispirati, tutto il tempo, anche in scena. In The repetition ci si confronta costantemente con la vittima, anche se è già morta».

Ci sono spettatori che non accettano la pièce?

«Ci sono un sacco di brutte reazioni. E anche belle: nella scena finale l'attore chiede di essere aiutato e qualcuno a volte si alza per aiutarlo. Ma alla fine tutti capiscono che la rappresentazione della violenza è necessaria, non è un piacere sadico. Casomai masochismo, utile per portarci da un'altra parte. Il fatto che lo capiscano comunque non vuol dire che lo accettino».

Ci sono limiti che non oltrepasserebbe mai?

«Quelli legali: negli Stati Uniti non si possono mostrare bambini nudi, ad esempio. E quelli imposti da chi mi racconta la sua storia, che poi sono i miei attori. Non posso forzarli a mettere in scena quel che mi rivelano, se non vogliono, anche se ne discutiamo».

E il suo limite personale?

«Ho difficoltà a parlare di me stesso. Riesco a oggettivare il male degli altri, ma quando si tratta dei miei sentimenti, mia moglie, i miei bambini, mi sembra che tutto faccia male».