Visionario e innovativo Aldo, lo Steve Jobs del Rinascimento

Alle Gallerie dell'Accademia si celebra il genio di Manuzio, l'editore che cambiò la cultura della sua epoca. E la nostra

Principe e principio dell'arte editoriale, genio che inventò il libro moderno, artista e imprenditore. Forse ricordare Aldo Manuzio può aiutare a riflettere sulle sorti del libro in un momento di rivoluzioni digitali e micidiale crisi della lettura. E così Venezia - con il refuso di un leggero ritardo, come a volte accade in Italia: era prevista a fine 2015, inaugura oggi - festeggia l'anniversario dei 500 anni dalla morte dell'editore princeps con la splendida mostra Aldo Manuzio. Il Rinascimento di Venezia (alle Gallerie dell'Accademia, a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Giulio Manieri-Elia; fino al 19 giugno).Una mostra rigorosa, originale e ben fatta, come tutte le cose di Aldo, che celebra il mondo del libro, ma non è una mostra di libri. Come dice Cesare de Michelis, deus ex machina dello spettacolo, «è una mostra sui doni del libro».

Un milione di euro di budget, otto sale, un percorso elegante, cento pezzi (dipinti, stampe, statue, bronzetti), e una trentina fra le più belle «aldine» conservate nel mondo - vengono soprattutto dall'Inghilterra, che nel 700 comprò tutto il comprabile - la mostra racconta un momento di frattura tra due mondi: l'antico, in cui il libro era manoscritto, un pezzo unico, nasceva nei monasteri, rimaneva dentro le università e la lettura era per pochissimi; e il nuovo, in cui il libro è stampato all'interno di un processo imprenditoriale, diventa se non di massa certo di moda e la lettura è alla portata di molti.Accade tutto tra il 1495 e il 1510. Aldo arriva da Roma, è stato maestro di grammatica e precettore di figli dei ricchi. Capisce, in una Venezia travolta, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1454, dalla tradizione del mondo classico, che mancano le opere greche e latine in lingua originale. Aldo ha bisogno di testi, e se li crea. Ha una solida cultura, e in più fiuto. Inizia coi classici: Omero, Sofocle, Euripide, Tucidide, la fondamentale edizione di Aristotele, Virgilio naturalmente, Stazio, Ovidio, Properzio, Giovenale; e poi i «contemporanei» in volgare (che per lui sono Dante e Petrarca), e quindi i bestseller dell'epoca: l'Arcadia del Sannazaro, gli Asolani del Bembo, gli Adagia di Erasmo (che vive un anno in casa di Manuzio aspettando il suo libro) Un lavoro immane, preciso, costoso. Ma che dà i suoi frutti. Anche fuori dai confini tipografici.

Non solo il libro comincia ad apparire nei dipinti: in quelli del Parmigianino, di Tiziano o di Lotto, ad esempio, nelle mani di dame e uomini d'armi (in mostra ce ne sono molti). Ma grazie alla lezione di Aldo, e alla cultura diffusa dai suoi volumi, l'arte si nutre di figure e motivi nuovi, classici: nella pittura si passa da soggetti cristiani a episodi del mito antico, sui mobili gli intarsi narrano di dèi e satiri, Giovanni Bellini che fino al giorno prima dipingeva Madonne ora passa alle divinità pagane, le sante sembrano antiche guerriere, i santi hanno le fattezze di Bacco. Anche i paesaggi qui c'è la misteriosa Tempesta di Giorgione sembrano diversi da quello che è stato fino ad allora. Eccolo il centro della mostra: il momento in cui Aldo separa il prima da ciò che sarà il dopo. E l'invenzione del libro cambia il mondo: rinnovando la cultura e le arti del Cinquecento, mettendo Venezia al centro di una rivoluzione dei modi della conoscenza, e riportando l'Italia in cima all'Europa. Per innovazione (il libro a stampa è una rivoluzione anche tecnologica), per design (l'oggetto-libro oltre che funzionale è pensato per essere bello, come devono essere belli un iPhone o un pc o un'auto), per l'idea di una cultura che si fa impresa. I libri con Aldo viaggiano nel mondo, e con i libri viaggiano le idee. Che partono sempre da una visione.

Aldo soprattutto è un visionario: vede qualcosa che non c'è: il libro stampato «moderno». Festina lente, toglie il commento dai testi, pubblica libri «leggeri», tascabili (è lui a inventare la stampa in ottavo), leggibili (è lui che usa per primo il corsivo), coi margini larghi così che i pollici non coprano le lettere, unici (eccola, squadernata foglio per foglio sulle pareti di un lungo corridoio, la meravigliosa Hypnerotomachia Poliphili), e bellissimi: è lui a creare una proporzione aurea nel formato del libro (ecco qui una delle due uniche due esistenti di «aldina» non tagliata per la rilegatura, con le misure originali dei libri di Aldo). Manuzio è, per il suo tempo, ciò che per il nostro è Steve Jobs. Entrambi hanno pensato prima a chi volevano vendere qualcosa, e poi all'oggetto da vendere. Jobs si è inventato un mercato di acquirenti, e poi una nuova tecnologia. Aldo s'inventò un pubblico di lettori, poi una nuova forma del libro. E in entrambi i casi, l'ascetico Steve e il perfido Aldo, facevano pagare caro le loro invenzioni: vero status symbol delle classi colte europee del 500 i libri, must imprescindibile per la generazione digitale gli iPhone. Solo che, a differenza di Jobs, Manuzio non si arricchì. Nella sua personale Silicon Valley fece società con uno stampatore, al 40%, e col figlio del Doge, al 50%. A lui restò il 10%. Troppo poco. Non diventò ricco lui. Ma, illuminando una civiltà, ha fatto diventare straricchi gli altri. Noi.