Una visita (inaspettata) nel subconscio di Hitchcock

Fino a qualche anno fa, le abitudini dei bambini italiani prevedevano un doppio appuntamento domenicale: prima la messa, dopo il film nella sala cinematografica, l'amatissima matinée: il rocambolesco nostos del cane Lassie, le comiche di Franco e Ciccio, le risse di Bud Spencer e Therence Hill o quelle, diversamente contundenti, di Bruce Lee. Lo spettacolo in pellicola dava il cambio al rito religioso senza soluzione di continuità, per cui l'analogia fra chiesa e sala cinematografica era un dato di fatto, registrato dal senso comune. Che il passaggio non fosse dal sacro al profano, ma dal sacro a un altro genere di sacro è quanto un fenomenale saggio di Guido Vitiello dimostra con sagacia iconografica a proposito del cinema di Hitchcock: Una visita al Bates Motel (Adelphi, pagg. 250, euro 38).

Educato dai gesuiti, Hitchcock si divertiva a soffiare in faccia ai giornalisti delle grosse bolle di sapone terroristiche, peraltro efficacissime dal punto di vista promozionale (prima di dedicarsi alla macchina da presa, del resto, aveva fatto il pubblicitario). Per Psycho sostenne che il tema della vicenda non era la punizione iperbolica di una truffatrice, ma il metaphysical sex, il sesso senza carne. Ce n'è abbastanza per andare a controllare: e scoprire che le scene del film sono oberate dai riferimenti al mito di Pigmalione, lo scultore che si innamorò di una statua. Il sesso metafisico, però, è solo la punta dell'iceberg sotto cui si dispiegano tre cicli mitologici: Amore e Psiche, Orfeo ed Euridice, Demetra e Persefone. Vitiello àncora ogni ipotesi a una quantità di documenti sufficienti a placare lo scetticismo del lettore più diffidente. Significativo il confronto fra la sceneggiatura di Psycho e il romanzo di Robert Bloch dal quale la vicenda fu tratta: l'intreccio rimase pressoché inalterato, ma le connotazioni dei personaggi e l'ambientazione furono stravolte in modo di trasformare il sinistro Motel nel teatro di una catabasi, un viaggio negli inferi. Non è un caso che il regista avesse vietato in tutto il mondo di entrare in sala a proiezione iniziata. Fra le tante curiosità riportate dall'autore, una riguarda il titolo del film. Psycho era un automa portato in giro per i teatri alla fine dell'Ottocento da un certo Maskelyne. A differenza di quello reso celebre da Walter Benjamin, l'automa non giocava a scacchi. Giocava a whist.