Voci o strumenti? La sfida di essere Leonore e Florestan

Il maestro Daniel Barenboim e la regista Deborah Warner hanno sottolineato come l' amor coniugale sia tema fondante il Fidelio di Beethoven. Per amore Leonore si traveste da garzone sotto il nome di Fidelio e sfida i carcerieri del marito Florestan, non esitando a sfoderare una pistola per fermare il malvagio Don Pizzarro. Un'eroina romantica nel senso più ampio del termine: ambigua nel travestimento come nella tessitura della sua «parte», a volte attribuita a un soprano drammatico, a volte a un mezzosoprano. Difficile reperire l'interprete che sorpassi le ingrate vocalizzazioni della prima aria ( Vieni, speranza ), gli scomodi acuti nel fatidico quartetto dello sventato omicidio e la pesante tessitura (per entrambi i coniugi) del giubilante successivo duetto ( O gioia senza nome ). Stessi problemi per il tenore (Florestan) per cui si ricorre a una voce robusta e brunita (ma ci vuole anche la corda lirica), necessaria per affrontare nella gran scena del carcere l'intenso recitativo-confessione dello spossato prigioniero ( Dio che buio, qui ), le nostalgiche riflessioni sulla felicità perduta e un'allucinata coda, in cui sogna a occhi aperti Leonore in veste di angelo consolatore.

La sintesi fra duttilità espressiva e virile incisività, un tempo appannaggio di artisti leggendari come Helge Rosvaenge, René Maison o John Vickers, oggi si compendia in Jonas Kaufmann, il più completo Florestan in attività. Quanto importante Beethoven ritenesse questo ruolo, è confermato dalla ripetuta presenza nelle famose ouverture di Leonore-Fidelio del tema della felicità rimembrata da Florestan, tanto da giustificare chi parla di un'identificazione fra l'Autore e l'Eroe perseguitato. Questo non gli impedì di scherzarci sopra, come accadde in casa dei principi Lichnowsky, quando si eseguì l'opera per convincere il Compositore a raddrizzare la naufragata prima versione (1805). Beethoven non era soddisfatto della prova di Demmer, primo Florestan; mentre quella sera apprezzò il tenore Joseph Röckel, che, durante la cena, gli fu fatto sedere accanto. Ricorda Röckel: «Avevo inghiottito il primo piatto con una fretta comica. Beethoven se ne accorse, e mostrandomi la portata vuota: Cosa avete mangiato? - Avevo così fame, risposi, che non ho fatto attenzione. - È per questo che avete così ammirevolmente cantato Florestan, l'uomo nella torre della fame; l'avete reso secondo natura; il merito non spetta né alla vostra voce né al cervello, ma unicamente al vostro stomaco. Cercate d'avere veramente fame prima della recita e il successo è assicurato». Auguriamo a Ania Kampe e a Klaus Florian Vogt - Leonore e Florestan scaligeri - lo stesso propizio «appetito».