"Voglio Al Pacino per il film sul romanzo di Andreotti"

Carlo Lizzani sarà a Venezia con Non eravamo solo ladri di biciclette: "Non siamo mai stati dilettanti allo sbaraglio: De Sica leggeva Kafka e Proust"

L'ultimo testimone vivente del neorealismo, Carlo Lizzani, regista, scrittore e intellettuale classe 1922, è atteso al Lido come la Madonna pellegrina. «C'è da prendere un treno, poi il motoscafo: sarà faticoso», considera lui, appoggiandosi al bastone per percorrere il lungo corridoio di casa sua, in Prati. Preoccupato per la salute della moglie, la pittrice berlinese Edith Bieber, l'autore è sfiancato dall'afa, ma parla volentieri dei suoi progetti. Tra l'altro, Al Pacino deve comunicargli la sua disponibilità a interpretare L'orecchio del potere (The Listener sul mercato Usa), erigendo film sulle intercettazioni al tempo dei telefoni bianchi. Quando il Duce confessava a Claretta Petacci i suoi tormenti erotici e politici. E una pletora di censori governativi li ascoltava e li registrava, nel segreto delle catacombe. Nulla di più attuale, mentre il mondo s'infiamma per la violazione della privacy dei cittadini, da parte delle grandi potenze planetarie. «Non lo aspetto oltre i sei mesi», dice però Lizzani di Serpico. Il sì di Pacino sarebbe un colpo del produttore italoamericano Gianni Bozzacchi, ex-fotografo di Liz Taylor e di Time Magazine, che con la Triworld ha prodotto e diretto pure Non eravamo solo ladri di biciclette, docufilm scritto e narrato da Lizzani, che in 72 minuti cuce interviste a Scorsese o a Spielberg, brani di film neorealisti e considerazioni personali su un'epoca irripetibile. Una lezione di vita, prima che di cinema. E che alla Mostra evocherà i migliori anni della nostra produzione culturale. Menzionata ovunque, tranne che in patria. Se Spike Lee ama Paisà, insomma, Al Pacino ama Lizzani. E Giulio Andreotti tiene insieme tutto.

Cominciamo da Non eravamo solo ladri di biciclette: perché questo titolo?
«Da una parte, è ironico: oltre gli stracci e le bici rubate, c'era l'arte. E poi c'è un senso più alto in quest'antologia di capolavori: il neorealismo è stato un movimento ampio e non si limitava solo a Ladri di biciclette. Io l'ho vissuto».

Mentre in Europa ci vogliono sul lastrico, sarà da monito l'eco dell'eccellenza italiana?
«Nel documentario Scorsese dice che, per lui, il neorealismo è la fonte cui attinge, cercando l'ispirazione. E comunque, gente come De Sica fu tutt'altro che ingenua: Vittorio leggeva Kafka e Proust; conosceva Eiseinstein, amava la pittura. Come lui, i neorealisti furono soprattutto uomini imbevuti della cultura del Novecento».

Gli americani ci amano: come ha coinvolto Al Pacino per L'orecchio del potere?
«È stata un'idea del produttore Bozzacchi, che crede in me e che ringrazio. Gli abbiamo mandato la mia sceneggiatura, tratta dal romanzo breve di Andreotti, Operazione Via Appia (Rizzoli, 1998 ndr),scritta con Bozzacchi e Joey Tyler e lui s'è entusiasmato».

Che cosa l'ha spinta a focalizzare l'attenzione su un tema così attuale, come le intercettazioni?
«L'idea di raccontare che le intercettazioni non sono un'invenzione moderna, ma fanno parte della storia. La costante è che le intercettazioni hanno sempre la meglio sugli intercettati».

Che parte avrà Al Pacino?
«Da protagonista: sarà il testimone che racconta le intercettazioni nell'èra Mussolini. L'aspirante prete che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, decide invece di lavorare per il Ministero degli Interni italiano. Come intercettatore, prima all'Ufficio Censura, poi nelle centrali d'ascolto sulla Via Appia, nel cuore delle Catacombe di san Callisto. Dal punto di vista scenografico, piacerà all'estero. Per la parte femminile, pensiamo ad Alessandra Mastronardi».

Giulio Andreotti, nel suo lavoro, ritorna. Ricorda quando, nel dopoguerra, equiparò Ladri di biciclette ai «panni sporchi da lavare in casa»?
«Sì, ma proprio Andreotti, che intervistai nel '55, mi raccontò che lui, in realtà, era bombardato da richieste di censura, da parte dei diplomatici d'ogni nazione. Era più equilibrato lui, di tanti altri! Certo, c'era questo mondo sconosciuto, popolato da attori non professionisti, da piani-sequenza inediti, da gente povera e affamata. Però è falso che i registi giravano in strada, perché gli studi erano pieni di sfollati. Com'è vero che Andreotti dimostrò, all'occasione, un grande equilibrio».

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