In volo contro la morte. La guerra di Corea secondo James Salter

Il primo romanzo del grande scrittore racconta le battaglie aeree tra MiG e F-86. Trasformandole in alta letteratura

Amato da Philip Roth, considerato un maestro da Richard Ford, elogiato da Julian Barnes che ne ama l'eleganza della prosa, James Salter, morto a novant'anni lo scorso Giugno, torna nelle librerie con il suo primo romanzo, a oggi inedito in Italia. Dopo Tutto quel che è la vita e Una Perfetta felicità (due autentici capolavori) e Un gioco e un passatempo è ora la volta di Per la gloria, considerato negli Stati Uniti tra i più riusciti romanzi di guerra. È del 1957, ma non risente per niente degli anni.

Certo gli scenari cambiano: non siamo più tra la borghesia dei sobborghi umani dell'upper-class, come in Tutto quello che è la vita o Una perfetta felicità, siamo in Corea del Nord, quando gli Stati Uniti iniziarono una guerra che durò dal 1950 al 1953. The Hunters (questo il titolo originale) è basato sull'esperienza stessa di Salter come pilota di un F-86 con più di 100 missioni.

Durante l'addestramento tenne un diario. Poi lo trasformò in un romanzo e fu pubblicato inizialmente a puntate sulla rivista Collier. A quel tempo, Salter era stanziato a Bitburg, in Germania, volando per delle missioni in tutta Europa e in Nord Africa. Aveva il ruolo di maggiore e stava per diventare comandante dello squadrone. Una notte un pilota di nome Mattson stava leggendo Collier e disse a Salter: «Hai letto questa roba? Questa storia sulla Corea?». Salter finse enorme curiosità per allontanare l'attenzione da sé. Più che dell'opinione di Mattson sul suo romanzo, gli interessava far finta che non fosse suo. «Fammelo leggere quando l'avrai finito», gli rispose.

Il nome dell'autore non fece insospettire Mattson, perché il vero nome del Salter che firmava il racconto era James Horowitz. Mentre scriveva The Hunters scelse lo pseudonimo James Salter per nascondere la sua identità dai colleghi e dai superiori. «C'era disprezzo tra i militari per gli scrittori», ha dichiarato alla Paris Review: «Non so precisamente perché scelsi proprio quel nome (un altro precedente doveva essere John Eden), ma sentii che Salter era migliore».

The Hunters (nella traduzione italiana di Katia Bagnoli Per la gloria, Guanda, pagg. 278, euro 18) è una delle maggiori espressioni del talento dello scrittore. Non è soltanto un romanzo di guerra, come, invece, si intuisce dalla trasposizione cinematografica del 1958 con protagonista Robert Mitchum. Perché la guerra nei cieli coreani tra i caccia americani e i MiG-15 sovietici procede parallelamente a una guerra civile vicina, combattuta a terra, mentre i piloti degli aerei gareggiano tra loro per raggiungere l'ambito traguardo dei cinque abbattimenti e diventare degli assi dell'aviazione. Il conflitto richiede sia di assicurare la sopravvivenza dei compagni (il dovere «sacro» dei piloti) sia l'audacia individuale, che spesso sfocia nell'incoscienza.

Agli inizi, quando stava ancora imparando a volare, Salter cadde sotto l'incantesimo del più famoso pilota-scrittore di tutti i tempi Antoine de Saint-Exupéry, l'autore de Il Piccolo Principe. The Hunters contiene un'allusione diretta al maestro Exupéry, una traduzione del lirismo di Wind, Sand and Stars (Terra degli uomini, Mursia) nelle frasi: «Oltre un mare di nuvole, giace l'infinito» o «Avevano una missione, quando girarono intorno ai mari dell'eternità, senza mai riuscire a vedere la terra tranne che all'inizio e alla fine». L'esperienza del volo, i misteri del cielo, rimangono nell'immaginario come elementi magici, inebrianti, proprio come lo erano per i piloti di quegli aerei. Tutto nel romanzo è reso dal contrasto tra la visione del mondo e la lingua dei piloti (che si riferiscono ai propri aerei quasi esclusivamente come fossero delle navi). Il volo è importante non solo come elemento fisico, ma anche come una prova di carattere, la prova di come possa reagire un uomo di fronte al suo destino (di nuovo echi di Saint-Exupéry). Non che a Salter manchino lirismi personali, anzi: anche Richard Ford gli attribuisce una «intuizione senza eguali per i dettagli del mondo e per le sue emozioni nascoste e James Salter è in grado di scrivere le frasi migliori di qualsiasi altro scrittore americano contemporaneo». Ne sia esempio una dei passaggi più riusciti (a pagina 233) su cosa sia davvero la guerra e, al contempo, la vita: «Fare parte di una squadriglia era una sintesi dell'esistenza. Quando arrivavi eri un bambino. C'erano opportunità infinite, e tutto era nuovo. Gradualmente, quasi senza rendertene conto, i giorni degli studi faticosi e del piacere erano finiti, avevi raggiunto la maturità; e poi all'improvviso eri vecchio, e volti e persone nuove che faticavi a riconoscere ti spuntavano intorno in fretta, fin quando scoprivi di non essere più il benvenuto tra loro perché tutti quelli che avevi conosciuto e con cui avevi vissuto se ne erano andati e la guerra non era diventata altro che una serie di ricordi incondivisibili di eventi avvenuti tanto tempo prima. Era come l'ultimo anno di università, dopo aver dato gli esami finali. Tutti si affrettano a fuggire, e molti sono tuoi amici. Non ne rivedrai quasi nessuno».

Twitter @GianPaoloSerino