Walcott, il poeta dei Caraibi più inglese degli inglesi

Apparteneva a una sola scuola: la sua. Con le opere su mito e Storia ha colonizzato i colonizzatori europei

Era il 2003, il poeta era in tour, in Italia. Anfiteatro romano di Rimini. Un luogo greve di storia, dove Cesare ha passeggiato varcando il Rubicone. Derek Walcott, questo titano di granito dagli occhi blu, era a suo agio tra le spoglie mute dell'Impero romano. Elegante, severo, dall'intelligenza vivacissima, pareva più europeo più romano di tutti quelli che erano capitati ad ascoltarlo. Iniziò scandendo una delle poesie più note, Mappa del nuovo mondo. «Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia./ All'orlo della pioggia, una vela», che sfociava, fluida come un fiume, in quel finale, perfetto, «Il gocciolio si tende come le corde di un'arpa./ Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia/ e pizzica il primo verso dell'Odissea». Una terzina perfetta, in perfetto inglese. Nel 2003 l'editore Adelphi aveva pubblicato il libro sommo, il libro summa di Walcott, Omeros, dove la sua patria, St. Lucia, nei Caraibi, dove era nato il 23 gennaio lo stesso giorno di Stendhal del 1930, era elevata ad abbacinante Itaca. Fu quello, forse, l'equivoco che scatenò la griffe di Omero dei Caraibi. Omero, in realtà, è un pretesto e un incidente. Piuttosto, in quell'oceanica epopea caraibica che dura la longitudine di sette libri, sessantaquattro capitoli e ottomila versi il vero maestro è Dante. «Walcott invidia a Dante il dono della frase schietta, capace di tradurre in immagine memorabile l'intera vita di un uomo e a Omero che confessa di non aver mai letto fino in fondo l'arte di suscitare lo stupore mantico nel lettore», spiega Andrea Molesini, autore della traduzione monstre.
In Derek Walcott, figlio di buona famiglia, talento precocissimo il primo poema, d'architettura religiosa, miltoniana, lo compila a 14 anni fondatore, negli anni Cinquanta, del Trinidad Theatre Workshop, dove si mettevano in scena testi di Derek e di Roderick, di Jean Genet, Tennessee Williams, Dario Fo, non c'è traccia di negritudine né afflato da buon selvaggio. Piuttosto, c'è l'aplomb di un poeta colto, più occidentale di troppi occidentali che pensano che l'Occidente sia già tramontato. Strappiamo l'incipit di Omeros, per dire. «Così al sorgere del sole, abbiamo tagliato quelle canoe./ Filottete sorride per i turisti, che cercano di rubargli/ l'anima con la loro canon». La meccanica del verso fonde il regesto mitologico (Filottete, le canoe) con l'assoluto contemporaneo (i turisti, la canon) mettendoci un pizzico di spiritualità (l'anima). Lo sfondo esotico che per Walcott è quello proprio, naturale accelera il godimento lirico. In sintesi: quei versi sarebbero potuti uscire dalla penna di Wystan H. Auden, di Robert Lowell, di William Carlos Williams.
Era il 1990 quando uscì Omeros per Farrar, Straus and Giroux. Nel 1992, complice un rotondo anniversario i 500 anni dalla scoperta delle Americhe Derek Walcott ottiene il Premio Nobel per la letteratura, con la solita motivazione geopolitica («impegno multiculturale») che avvilisce il genio di uno dei più grandi poeti in lingua inglese del pianeta. Nel frattempo Walcott si era trasferito a Boston, dove insegnava in università, faceva teatro e si legava a Joseph Brodskij, il geniale poeta russo, Nobel nel 1987, in esilio da Madama Urss dal 1972. Un'amicizia radicale, tra poeti giunti dalle estremità della terra, sbarcati negli States per amore della lingua inglese. Walcott era un oratore ipnotico. Con fluida facilità affascinò gli accademici di Svezia: «Il sospiro della Storia s'innalza sopra le rovine, non sui paesaggi, e nelle Antille ci sono poche rovine su cui sospirare, a parte le piantagioni di zucchero devastate e le fortezze abbandonate».
Più che colonizzato dalla lingua dei dominatori, l'idioma inglese, Walcott, che in una frase flirtava con Milton, Wordsworth e Goethe, ha colonizzato liricamente i colonizzatori. Genio dall'ispirazione onnivora, nel 2009 i puritani d'Albione fecero uno scherzo al titano venuto dai Caraibi. Derek avrebbe dovuto occupare la nobilissima cattedra di letteratura a Oxford. Venne fuori che l'omerico caraibico se la faceva sotto minaccia, forse, chissà con alcune studentesse americane. Esito: Walcott ritirò la candidatura, la cattedra andò a Ruth Padel, chi è costei? Il poeta se la prese a male, gli sembrò un brutto scherzo, un po' razzista, giocatogli dall'amata Europa. «La divisione tra arte nera o bianca mi è sempre parsa ridicola», dirà lui, qualche anno dopo. «Io sono uno scrittore caraibico». Cioè: più inglese degli inglesi.Resta, appunto, Walcott, un poeta titanico, dagli afflati indimenticabili e dalla cultura immensa. Per questo, il libro che forse lo rappresenta di più è Il levriero di Tiepolo, che ha la liquida eleganza di un Monet e pare scritto da un micidiale flâneur che vaga tra i Caraibi e Parigi.
Un tempo si diceva che la poesia mondiale fosse tenuta insieme da tre poeti più uno. Il più uno era Yves Bonnefoy, il poeta francese morto l'anno scorso. Gli altri erano Walcott, Seamus Heaney, irlandese, all'altro mondo dal 2013, e Joseph Brodskij, morto nel 1996. Si conoscevano tutti. «Walcott non è un tradizionalista né un modernista. A lui non si adatta nessuno degli -ismi disponibili e degli -isti che ne conseguono. Non appartiene a nessuna scuola», scriveva Brodskij, in coincidenza d'intenti lirici.

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