Willa Cather, così si osserva (e si narra) l'America

Uno dei più grandi racconti del 900 finalmente viene ripubblicato dopo anni di oblio: è Il caso di Paul. Uno studio sul carattere di Willa Cather (1873-1947) scrittrice americana che in Italia non ha ancora avuto la fortuna che merita. Attraverso queste pagine, tradotte per la prima volta da Mondadori nel 1956, scoprirete una voce letteraria potente e una prosa ipnotica. Nella Cather si sente l'eco di Flannery O'Connor e di Carson McCullers e più sullo sfondo, Hawthorne e Melville, che certamente furono suoi modelli. Nata in Virginia nel 1873, cresciuta in Nebraska, ha raccontato l'America della frontiera, quella dei primi migranti europei che cercavano fortuna nella "terrà della libertà" del Midwest, ma al contempo è riuscita anche a ritrarre le contraddizioni di una metropoli come New York sospesa tra l'omologazione del progresso e la vivacità culturale. Critica teatrale abbandonò il giornalismo per darsi completamente alla scrittura sino a vincere il Premio Pulitzer 1923 col romanzo Uno dei nostri (in Italia uscito da Elliot nel 2014) e pubblicando altri fortunati successi come Una signora perduta (Adelphi), La morte viene per l'Arcivescovo (Neri Pozza) e Pionieri (Mattioli 1885).

Il miglior viatico per conoscere la Cather è proprio la lettura de I racconti di Pittsburgh, appena editi da Mattioli 1885 (pagg. 76, euro 9,90; traduzione e curatela di Nicola Manuppelli) che raccoglie Il caso di Paul e Una scarpetta d'oro, due delle sue migliori prose brevi. Amata da John Updike, che incluse il racconto tra i cento migliori del 900, Willa Cather per il suo "Paul" prese spunto dalla vicenda di uno studente universitario suicida che lesse sui giornali. La scrittrice ha sempre seguito una regola: "Lascia che le storie nascano dalla terra che calpesti". Narrava ciò che vedeva, ciò che le stava intorno, con un realismo molto in anticipo sui tempi che in qualche modo, se la avvicinava alla letteratura della frontiera, dall'altra ricorda Francis Scott Fitzgerald (di cui fu molto amica). Attraverso gli occhi di questo ragazzo racconta come "la quotidianità indossava quasi sempre la maschera della bruttezza, riteneva necessario che nella bellezza ci fosse qualcosa di artificiale". Ma in questo ci ricorda la scrittrice che "il mondo è piccolo, le persone sono piccole e la vita umana è piccola. Esiste solo una cosa grande: il desiderio".