Lo Yoga, una strada verso la libertà più efficace della psicanalisi occidentale

Pubblicato in Italia il testo di Mircea Eliade dedicato allo studioso Patañjali

Riconosciuto come il più grande studioso delle religioni del nostro tempo, Mircea Eliade (1907-1986) ha dedicato una parte importante della sua sterminata produzione letteraria allo studio dello Yoga. A partire dalla sua tesi di dottorato, sostenuta nel 1933 a Bucarest, Eliade ha pubblicato molti libri su quella che definisce «una dimensione specifica della spiritualità indiana», quasi tutti tradotti anche in italiano. Mancava, fino a oggi, un testo molto più breve degli altri, ma non meno importante, dedicato a Patañjali e lo Yoga (Edizioni Mediterranee, pagg. 160 euro 22) finalmente pubblicato in Italia nella prestigiosa collana «Orizzonti dello Spirito», fondata da Julius Evola.

Curato da Horia Corneliu Cicortas e tradotto da Giovanni Dettori, Patañjali e lo Yoga è un libro la cui importanza è inversamente proporzionale alla lunghezza del testo, dedicato all'opera di un misterioso filosofo indiano del quale non si sa neppure quando sia esattamente vissuto. Autore del testo fondamentale dello Yoga, gli Yoga Sutra, una raccolta di quasi duecento aforismi che, fino ad allora, erano stati tramandati oralmente, Patañjali espone un sistema filosofico che si basa su tecniche di ascesi e di meditazione molto antiche, di carattere iniziatico. Eliade è molto chiaro sin dall'inizio su questo punto: lo Yoga, infatti, non è, come purtroppo sembra ormai essere considerato in Occidente, una ginnastica dolce adatta ad anziane signore e non è neppure una disciplina per contorsionisti da baraccone. La parola Yoga - che etimologicamente deriva dalla radice Yuj, che significa «unire» - è una tecnica di ascesi finalizzata a unire, appunto, l'uomo alla sfera del divino, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo vocabolo. A prescindere dai molteplici tipi di scuole, fondamento di ogni tipo di Yoga è l'idea che l'uomo voglia liberarsi dalla condizione umana per «unirsi», appunto, a una condizione superiore. Ma, come sottolinea lo studioso rumeno, non basta la volontà e neppure lo sforzo dell'individuo per percorrere efficacemente la via dello Yoga: è altrettanto indispensabile la presenza di un maestro, di un guru - parola depotenziata dall'uso profano - che insegni al discepolo come abbandonare il mondo. Inizia così un percorso di lenta e faticosa morte a sé stessi per rinascere a un altro modo di essere, che è quello di una libertà assoluta e incondizionata.

Eliade descrive con grande competenza le varie scuole di Yoga, che corrispondono ad altrettante filosofie, apparentemente diverse ma accomunate dalla medesima visione della vita, intesa come condizione di «ignoranza dello spirito», che è la causa della «schiavitù dell'anima» e quindi «fonte delle sofferenze senza fine della vita umana». Il fine dello Yoga, e di ogni altra dottrina e filosofia indiana, è liberarci dalla sofferenza, dal male di vivere. Illuminante, a questo proposito, il paragone proposto dall'autore tra Yoga e psicanalisi, a tutto sfavore di quest'ultima: «A differenza della psicanalisi freudiana, lo Yoga non vede nell'inconscio soltanto la libido. Esso mette in luce, infatti, il circuito che collega coscienza e subcosciente». E questo lo porta a ritenere che il subcosciente possa essere dominato tramite l'ascesi e «conquistato dalla tecnica di unificazione degli stati di coscienza» esaurientemente descritti nel libro. Per quanto paradossale possa suonare, insomma, la conoscenza della psiche umana offerta dallo Yoga vale incommensurabilmente di più di tutta la psicologia moderna.