Lo zen di Ostaseski: «La morte insegna a vivere pienamente»

Francesca Amé

«Davanti alle notizie di questi giorni puoi scegliere se avere paura e bloccarti o se trarne inspirazione e vivere», mi dice Frank Ostaseski quando ci incontriamo in un hotel di Milano. Alto, con gli occhi limpidi, di bianco vestito e abbronzato come sanno esserlo solo gli uomini della California, gira il mondo per spiegare che «prepararsi adeguatamente alla morte aiuta a vivere meglio». Lui, che oggi è nonno, ha conosciuto il dolore da ragazzino: i genitori sono mancati quando aveva 16 anni. «Per un po' ho cercato solo di scappare, poi ho capito che non potevo fuggire dalla mia stessa esistenza», racconta. Sono tempi in cui tutti vorremmo essere altrove: la morte pare giungere a ogni latitudine. Venezuela, Siria, Pakistan e poi Parigi, Londra. «Sono scioccato da ciò che sta succedendo, ma non dobbiamo farci fagocitare. La miglior risposta che possiamo dare ai terroristi è vivere meglio che possiamo proprio perché sappiamo che tutto è precario. La morte è brutta e triste, sia ben chiaro. Può essere terribile e ingiusta, ma se riusciamo, passami il gioco di parole, a viverla al meglio, può diventare motore di cambiamento: può trasformarci in persone migliori».

Ostaseski ha trascorso in Italia una settimana: ogni sera, tra Mantova, Trento e poi al Circolo dei Lettori di Torino, circa duemila persone hanno ascoltato le lezioni di questo buddista visionario che negli anni '80, a San Francisco, in piena emergenza Aids, fondò lo Zen Hospice, primo centro per malati terminali: ora è docente, speaker apprezzato in mezzo mondo e spesso ospite sul divano di Oprah Winfrey, dunque bestsellerista, con la benedizione del Dalai Lama. Per anni ha formato personale medico e paramendico e sostenuto gli stessi parenti dei malati terminali: «Ho visto morire migliaia di persone: l'Aids è stato una pandemia. Nei periodi più difficili avevo una terapia speciale oltre alla meditazione: a volte m'intrufolavo in neonatologia, per cullare i neonati. Magari avevo appena detto addio alla loro madre morta di crack, ma ora c'era un nuovo inizio da coccolare. Mi dava forza».

Sostiene che la cura compassionevole dei malati terminali sia un'arte indipendente da ogni credo («non sono un predicatore new-age») e che tutti, bambini inclusi, dovrebbero essere educati a considerare la morte «come parte della vita». Ha appena pubblicato Cinque inviti. Come la morte può insegnarci a vivere pienamente (Mondadori, pagg. 320, euro 20). Ricorriamo a tutto (fitness, diete, ritocchi fisici, rifugi spirituali) per allontanarla, ma la morte si fa beffe dei nostri sforzi, confermando la nostra vulnerabilità con un distillato di orrore quotidiano. «Serve tempo per metabolizzare. Serve la vicinanza degli altri per superare la crisi. Quando siamo colpiti da un lutto nessuno vuole parlarne, spesso si sorvola sull'argomento, si fa finta che nulla sia accaduto. La morte non è il nemico da rimuovere, ma un passaggio-chiave da condividere».

Dovremmo imparare a parlarne con più naturalezza e senza pudori, come fa lui: «Ho visto infiniti modi di lasciare questo mondo. Ricordo una giovane donna che stava morendo di cancro: al suo cappezzale, quando ormai non parlava da giorni, arrivò la madre, con la quale aveva avuto da sempre un pessimo rapporto. Si svegliò dal coma solo per dirle Mamma, ti odio, poi spirò. Terribile, eh? Eppure la morte è così: bella schietta. Concede la libertà di essere ciò che siamo davvero. Ricordo un novantenne ostinato, non voleva arrendersi: cominciò a rilassarsi quando capì che il suo ultimo lavoro era mostrare ai nipotini come morire per bene. Ricordo, infine, un malato terminale che prima di spirare ha voluto un piatto di spaghetti: desiderava morire respirando quel profumo. Dovremmo tutti imparare a onorare i commiati». Ostaseski sorride.