Le spine che pungeranno Prodi

Pietro Mancini

Trattato, sino a poche settimane fa, come un vecchio santone, battagliero ma ininfluente sui giochi che contano, nelle ultime settimane, tornato a imperversare su giornali e tv, Marco Pannella si sta godendo l'ennesima resurrezione della sua quarantennale carriera politica. Ma, ora che l’abile leader radicale è riuscito a calamitare persino l’attenzione dell’editoriale del Corriere della sera, che ieri esaltava l’avvicinamento all’Unione della pattuglia della Bonino e di Capezzone, invece sempre ignorata dai media quando il PR gravitava nell’area del centro-destra, Romano Prodi commetterebbe il suo ennesimo errore politico, qualora pensasse di ingabbiare il movimentismo radicale, affidandone la gestione al «garante» Enrico Boselli. Forse, il Professore ignora che quanti, in passato, avevano provato a imbrigliare il libertario Marco in asfittiche logiche partitiche o di coalizione, furono, presto, costretti ad alzare bandiera bianca e ad arrendersi all’imprevedibilità, incontrollabile, di Pannella. È, dunque, più comprensibile il gelo, con il quale D’Alema ha accolto la domanda d’ammissione dei radicali nel centro-sinistra e il suo severo e brusco monito agli «amici socialisti» dello Sdi a stare attenti allo stile «brillantemente provocatorio» del vecchio leader. Diffidenza, quella dalemiana, motivata non solo dal «niet» della Quercia e della Margherita alle istanze del nuovo cespuglio radical-socialista su Concordato, matrimoni tra gay e droga, ma anche, soprattutto, dalla temuta irruzione di Emma Bonino nella corsa per l’ambita poltrona di nuovo ministro degli Esteri, a cui aspira il presidente dei DS.
In fondo, non è difficile dedurre che il cuneo laicista, che Boselli ha tentato di scagliare, in primis per colpire Rutelli - oggi strenuo difensore dei patti vigenti tra Stato e Chiesa, ma nel 1984 impegnato ad appendere la bandiera vaticana a una finestra della Camera, per protestare contro la revisione del Concordato, firmata da Craxi e Casaroli - è destinato a infrangersi, inevitabilmente, contro il pacioso moderatismo del nocchiero unionista e, soprattutto, dei DS e dei DL. Quei partiti che non a caso, con l’assenza dei loro leader al congresso di Riccione, hanno voluto sottolineare che la coalizione considera tutt’altro che centrali le tematiche, evidenziate dall’assemblea in Romagna.
E, dunque, se il vecchio e sterile laicismo, rivendicato a gran voce dall’inedito tandem Pannella-Boselli rientrerà presto nei ranghi del più modesto tentativo di portare qualche voto alla nuova formazione, sarà molto più interessante verificare quali conseguenze avranno, nel programma della coalizione ulivista, gli orientamenti dei radicali su due nodi essenziali: la politica estera e la giustizia. Quando Emma Bonino si allinea alle posizioni di Silvio Berlusconi, sostenendo che il ritiro generalizzato delle truppe italiane consegnerebbe l’Irak ai tagliatori di teste e alla guerra civile, obbliga Prodi a mettere da parte formulette insipide e ambigue («a Washington andremo come un alleato affidabile, ma non nasconderemo a Bush le divergenze») e a dire se opta per la linea dei radicali e di Mastella, o per quella «zapatera» («tutti a casa, soldati!») di Bertinotti e del filo-castrista cespuglio di Diliberto.
E, sulla giustizia e sull’informazione, quale accoglienza avranno gli inviti dei radicali a non demonizzare gli avversari, con programmi come quelli di Enzo Biagi, Santoro e Celentano, e a inserire ai primi punti dell’agenda del nuovo governo l’amnistia e il ripudio del giustizialismo? E, sul welfare, Prodi accetterà, o boccerà, la proposta di Capezzone, che chiede di non abolire, ma di estendere la riforma di Marco Biagi sul mercato del lavoro?
Insomma, al di là degli applausi di maniera alla rosa nel pugno, per il tentativo di liberare fermenti stimolanti nel grigio teatrino politico, saranno le decisioni concrete, sul programma e sul team di governo, che Prodi dovrà, prima o poi, presentare agli italiani, a consentire di capire se il più recente imbarco sarà positivo, oppure aprirà altri, e sgraditi, fronti, all’armata progressista. Dove lo stato maggiore sembra tutt’altro che entusiasta e scarsamente propenso ad accogliere, positivamente, l’ennesima provocazione di Pannella («saremo noi, caro Professore, i tuoi giapponesi!»), prevedendo che Marco regalerà agli avversari del Cavaliere, oltre che la vaga promessa di improbabili caterve di voti, nuove rose, ma piene di tante e insidiose spine.