SPINI La storia scritta e quella vissuta

Due anni fa una sua frase su Gentile causò un’aspra polemica

Si è spento nella sua Firenze, a 89 anni, Giorgio Spini, storico di fama internazionale, padre dell’ex ministro dell’Ambiente e deputato ds Valdo. I meriti culturali di Giorgio Spini sono indiscussi. Docente in università italiane e statunitensi, lascia opere importanti sul protestantesimo - era di religione valdese - sul Risorgimento, sul socialismo, sul principato mediceo del Cinquecento: e ha firmato manuali di storia sui quali si sono formate generazioni di studenti. Lo studio e i libri si sono strettamente intrecciati, nella sua lunga parabola, alle vicende d’una vita avventurosa e in alcuni momenti drammatica: come è accaduto a molti che per motivi d’anagrafe hanno dovuto sopportare e superare, come lui, l’esperienza della seconda guerra mondiale.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e lo sfacelo del nostro esercito, passò la linea del fronte che divideva in due l’Italia ed entrò nelle forze angloamericane che l’Italia la risalivano lentamente, liberando ma anche distruggendo. «L’11 agosto del 1944 - sta scritto nella motivazione con cui gli fu conferito per meriti cittadini il Fiorino d’oro - guadò l’Arno alle Cascine e, primo ufficiale dell’esercito italiano e primo ufficiale della Armate alleate, entrò nella Firenze di qua d’Arno, dove i partigiani stavano combattendo valorosamente contro le truppe tedesche e i franchi tiratori fascisti». Quell’avventura coraggiosa è stata da Giorgio Spini rievocata in un volume - a quattro mani con il figlio Valdo - dal titolo La strada della liberazione.
È una biografia, quella di Giorgio Spini, con una forte e precisa connotazione politica di sinistra, e più particolarmente di quel settore della sinistra che fu il Partito d’azione, forza politica un tempo influente ma di breve corso: intransigente fino all’ossessione se non al fanatismo nel rifiutare e demonizzare tutto ciò che potesse in qualche modo ricollegarsi al ventennio mussoliniano. E dunque esaltazione incondizionata della Resistenza e dei suoi partigiani, nessun riconoscimento alla nobiltà d’intenti d’una parte dei combattenti di Salò. Anni dopo, entrato nel partito socialista, Spini aveva avversato Craxi pur riconoscendogli notevoli qualità politiche. «A Craxi - spiegò recentemente - va riconosciuto un merito non indifferente: aver cercato di incunearsi tra le due grandi chiese italiane (la democristiana e la comunista, ndr),ridando smalto al vecchio partito di De Martino che languiva. La sua china discendente comincia dopo la presidenza del Consiglio».
Spini non doveva rimproverarsi concessioni compromettenti al comunismo, quando nell’intellighenzia il comunismo spadroneggiava. Si vantò di non aver dovuto ritoccare nemmeno una riga nei suoi testi scolastici dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989. «Sa perché - disse a un’intervistatrice - non ho dovuto cambiare? Perché non ho mai lucidato gli stivali a nessuno, né neri né rossi, non so quanti miei colleghi possono dire altrettanto».
Eppure, raggiunta la soglia della grande vecchiaia, il professore era stato - e proprio nella cerimonia di consegna del Fiorino d’oro, l’11 agosto del 2004, sessantesimo anniversario della liberazione di Firenze - protagonista d’un incidente dal quale derivò una polemica aspra. Invitato a prendere la parola durante i festeggiamenti in Palazzo Vecchio, Spini aveva detto: «Io appartengo alla classe 1916, la classe di italiani che fu mandata in guerra in condizioni abominevoli, senza scarpe, con armamento ridicolo. E il filosofo, grande filosofo (Giovanni Gentile, ndr) batteva le mani. Non aggiungo altro. Poi se gli hanno sparato... ». Il che fu interpretato da molti come una legittimazione dell’assassinio di Gentile, che pure era stato stigmatizzato a caldo dal Comitato di liberazione nazionale fiorentino.
Ci fu chi per l’occasione ricordò come Spini avesse collaborato - con articoli di carattere non politico, è bene precisarlo - alla rivista Primato del gerarca Giuseppe Bottai, critico verso certi aspetti beceri del fascismo ma fervido nel sostenerne il peggiore risvolto, l’antisemitismo. Questa vicenda minore dimostrò come fossero ancora operanti in Giorgio Spini - che pure come storico era capace di distacco e di analisi sottili - le incrostazioni di un assolutismo ideologico tipico degli azionisti. Si può osservare che le accuse a Gentile non avrebbero dovuto comunque fondarsi sull’impreparazione militare dell’Italia - la Germania era invece preparatissima, e non è che le sia andata meglio - ma su quel tragico e catastrofico errore che fu in sè stessa la guerra.
Gentile, senza dubbio fascista di provata fede ma nei rapporti personali buono e tollerante, fu scelto da esaltati come vittima sacrificale per colpe che non erano sue. Penso che Spini non abbia potuto articolare in maniera meno offensiva e più persuasiva il suo pensiero. La battuta di Palazzo Vecchio non era degna d’un uomo di cultura che nella cultura italiana ha lasciato una traccia notevole.