SPINOZA L’eccellenza della morale

Habemus Spinoza. Cioè l’opera omnia. Escluso ciò che non andava incluso: la grammatica della lingua ebraica e i frammenti (inautentici) dei trattati Sul calcolo delle probabilità e Sull’arcobaleno (Spinoza, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Filippo Mignini; traduzione e note di Filippo Mignini e Omero Proietti, Mondadori, pagine 1890, euro 55). Tutte le altre opere ci sono, tradotte perseguendo l’ideale della chiarezza, su testi in parte stabiliti dai traduttori stessi, con novità rispetto all’edizione standard di Gebhardt del 1925. Lo spesso volume è corredato, oltre che del saggio introduttivo, di una Cronologia, di una Nota all’edizione, di una Tavola delle sigle e delle abbreviazioni, di Note ai testi, di una Bibliografia, di un Indice degli argomenti e di un Indice dei nomi. L’Epistolario, importante, riporta non solo le lettere di Spinoza, come l'edizione Einaudi del 1951, ma anche le lettere a Spinoza.
Con questo Meridiano Spinoza fa dunque il suo ingresso trionfale nell’arena degli studi italiani. Si pianta così una bandiera sulla cima di una montagna, sulla quale già da tempo si arrampicavano molti scalatori. Infatti, dopo il lungo silenzio seguito alla gran voga che la filosofia spinoziana conobbe grazie al libro di Jacobi Lettere sulla dottrina di Spinoza del 1785 (Spinoza era il filosofo del cuore di Goethe e gli idealisti si affannarono a emularlo, Schelling fino alla morbosità), Spinoza aveva vivacchiato in sordina, ammirato a denti stretti da Schopenhauer ed esaltato come suo precursore da Nietzsche, per cadere infine quasi nell’oblio, benché Bergson affermasse che ogni filosofo ha due filosofie, quella di Spinoza e la propria. Ma da un certo tempo è in atto un vero e proprio revival spinoziano: su di lui spuntano libri e si organizzano convegni da ogni parte, lo si saggia anche da punti di vista non filosofici: è diventato un filosofo buono a tutto. Ciò nonostante, i tesori della sua dottrina non si può dire che siano stati tutti sciorinati al sole.
Di essi il più bazzicato, che gli assegna il posto nella storia della filosofia, è l’eliminazione del dualismo tra res cogitans e res extensa, ossia tra pensiero ed essere, materia e spirito, corpo e mente. Esso aveva fatto disperare Cartesio che, non potendo trovare il passaggio tra le due cose, aveva dato l’anima a Dio, ma come la si dà al diavolo, ossia rimettendosi alla sua onestà e lealtà e rinunciando alla filosofia. Spinoza eliminò il dualismo stringendo ferreamente le due res nell’unità e identità della sostanza, e separandole d’altro lato nettamente, facendone cioè due degli infiniti attributi della sostanza, che corrono paralleli senza incontrarsi mai. La verità del corpo è la bellezza e la bellezza della mente è la verità. Il corpo ha la bellezza quando si sviluppa dall’interno superando gli ostacoli esterni. La mente coglie la verità quando riceve in sé con purezza non le immagini delle cose, ma le cose stesse in quanto realtà ideale. Dunque la conoscenza ha una base ontologica. «Non siamo noi che affermiamo o neghiamo alcunché di una cosa, ma è essa stessa che in noi afferma o nega qualcosa di se stessa». Conseguentemente la conoscenza non richiede la corrispondenza dell’idea con l’oggetto, l’adæquatio rei et intellectus. Questa, se c’è, è un risultato. Così tutte le teorie che negano la conoscenza in quanto la basano su tale corrispondenza, e però non ammettono il passaggio tra pensiero ed essere, cadono. Come per esempio quella di Nietzsche («la logica è un esercito di metafore»), e quella di Heidegger, che dopo aver sostenuto una teoria della conoscenza basata sull’autenticità, tornò alla teoria della corrispondenza dell’idea all’ideato.
Dal ristabilito monismo discende altresì la conseguenza che ciò che l’uomo coglie, nella sensazione-intuizione, è qualcosa di reale, anche se l’idea che egli se ne fa «esprime più la costituzione del suo corpo che quello della cosa». In questo modo l’idealismo di Berkeley, Schopenhauer, Fichte, Schelling e Hegel è trasformato in antropomorfismo. Che rimane bensì la base della scepsi, ma è insieme la correzione di quella assoluta che fu di Gorgia e sarà di Nietzsche, entrambi negatori di ogni ponte tra pensiero ed essere. Ma questa scepsi assoluta fa dell’uomo non un modo della sostanza, bensì una cellula impazzita dell'universo, aggrovigliantesi su se stessa e avulsa da ogni realtà.
Anche sul libero arbitrio, da lui negato, Spinoza ha fornito tuttavia un contributo prezioso, dando un elemento che consentiva di capovolgere la sua teoria. Se la palla lanciata in alto avesse coscienza, dice, crederebbe di volare per sua spontanea volontà. Noi uomini siamo palle lanciate in alto e crediamo di volare per nostra spontanea volontà. Ciò che ci lancia e ci fa volare è invece la natura di cui siamo fatti e che ignoriamo, in combinazione con le diverse situazioni. Ora, Spinoza ha proclamato l’eccellenza del vivere secondo la necessità interiore invece che quella esterna. E solo questa però è la vera libertà, non l’arbitrio assoluto, ossia sciolto dalla realtà.
Infine, Spinoza ha liberato la morale dai precetti dall’alto rendendola immanente. Il bene è ciò che è utile all’agente. Ma non ha distinto l’utilità della morale dalle altre utilità. Tra queste c’è una gerarchia che, in corrispondenza dei bisogni della specie, va dall’utilità massimamente centrifuga (quella del criminale, che nega gli altri) a quella massimamente centripeta (quella del santo, del missionario, del filosofo, dell’artista, del politico e di chiunque si prodighi per gli altri). Il non essere pervenuto all’idea della gerarchia non mancò di produrre in Spinoza effetti deleteri, come la sua teoria dell’assoluta libertà degli uomini nei confronti degli animali fino alla crudeltà, e l’identificazione del diritto con la forza (unusquisque tantum habet juris quantum habet potentiae), in contrasto col grandissimo contributo da lui dato allo Stato di diritto e allo sviluppo democratico.