Splendori sabaudi ai piedi delle Alpi

La bella mostra «Corti e città» rievoca e illustra la cultura pittorica e scultorea che fiorì in Piemonte nel Quattrocento

Sapore alpino, di confine, fresco di neve e di monti. È il sapore di quella cultura nascosta nei castelli delle valli, nei documenti miniati di antiche abbazie, negli altaroli di chiese, nei cofanetti d’avorio di importanti signori di tanti secoli fa. Angeli di legno che parlano con i loro gesti dolci e misurati, libri d’Ore e calici dorati. E i nomi? Robertus Valturius, Jean d’Orville, Maestro degli Antifonari di Ivrea, Jean Prindall, Jean de Vitry, Jean Bapteur, Jaquerio, Jean le Tavernier. Sono solo alcuni della miriade di maestri, miniatori, orefici, pittori, scultori, che escono allo scoperto dopo secoli. Ci sono anche i notai, come quel Giovanni Vische di Chieri, che il 2 aprile 1443 firma il contratto per la costruzione di una cappella a Chieri. Uno dei tanti, che hanno concorso a fare del Piemonte antico un raffinato tessuto d’arte. Un’arte segreta, poco nota e poco divulgata, rimasta per secoli prerogativa di studiosi e accademici, ma che adesso possiamo finalmente apprezzare in questa insolita Torino delle Olimpiadi.
Una grande e straordinaria mostra, «Corti e città. Arte del Quattrocento nelle Alpi Occidentali», organizzata dalle Fondazione Torino Musei-Museo Civico d'Arte Antica e Fondazione Crt alla Palazzina della Promotrice delle Belle Arti (fino al 14 maggio, catalogo Skira), ripercorre storia e arte di quella terra piemontese, che allora si estendeva dalla Bresse francese al Monferrato, dal Vaud a Nizza. E vantava città come Chambéry, la capitale amministrativa del ducato, Torino, prestigiosa sede arcivescovile, Annecy, Losanna, Ginevra, Aosta, Ivrea, Chieri, e altri centri di fondamentale importanza.
A formare questo potente stato a cavallo delle Alpi, fitto di castelli e fortificazioni, erano stati sin dal Mille i Savoia, una casata nobiliare di origine alpina. Nel Trecento e Quattrocento allargano la loro contea sino a trasformarla in ducato, che da Chambéry e Torino, attraverso una rete di funzionari, controllava tutto il territorio. La corte sabauda, pendolare tra diverse sedi ed emula delle grandi corti della Borgogna, trasforma il ducato in un raffinato centro di cultura, cosmopolita e poliglotta. Richiama artisti da città nordiche e da valli alpine, oltre che dalla penisola. Molti arrivano dalle Fiandre, dove mercanti e signori hanno affari. Il linguaggio artistico e letterario, che ne deriva, è vario e vivace, un mosaico di tendenze francesi, tedesche, fiamminghe, savoiarde, italiane.
Con la corte sabauda gareggiano, ad abbellire chiese e palazzi, le corti di altre casate nobiliari e di sedi vescovili. Il risultato è una eccezionale fioritura letteraria e artistica, rappresentata in mostra da oltre trecento opere d'arte, dal tardo gotico al pieno rinascimento, in gran parte inedite, arrivate da musei e collezioni straniere e italiane. Un panorama di enorme fascino, che si articola in diverse sezioni, dalla introduttiva che presenta il territorio attraverso carte geografiche, libri, manoscritti, monete e sigilli a quella relativa alla vita quotidiana e ai suoi oggetti, reliquari, cofanetti, libri, avori, vetri dipinti come quello, bellissimo, con la Madonna allattante e angelo musicante di un anonimo maestro franco-fiammingo della fine del Trecento.
Molto ricca la sezione dedicata alle arti al tempo di Amedeo VIII, la prima metà del XV secolo, che presenta trittici, polittici e fondi oro, di intensa poesia, di Jaquerio e di Bapteur, sculture lignee e cassoni lavorati da artisti aostani e savoiardi, miniature e libri d’Ore ricchi di umore profano. Sorprendente la sezione dell'architettura, con capitelli e formelle appartenuti ad antiche cattedrali. E quella relativa alla nuova arte fiamminga, penetrata nel ducato grazie all’arrivo di opere di Rogier Van der Weyden a Chieri, ordinate da prestigiose famiglie di banchieri. Capolavori che ispirarono generazioni di pittori.
Emergono, con profili precisi, artisti sinora nebulosi, come Antoine de Lonhy, pittore e miniatore di origine borgognona, attivo in Spagna e Francia per illustri committenti, prima di arrivare nel 1462 in Savoia e in Piemonte. Indicato con nomi convenzionali come «Maestro delle Ore di Saluzzo» o «Maestro della Trinità di Torino», può finalmente accostare il suo vero nome alle sue affascinanti opere, intrise di novità fiamminghe. Accanto alla suggestiva Trinità di Torino, le sue Maddalene e le figure di tavole e miniature descrivono la realtà del tempo, interpretata con occhio incantato e sorridente.
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