Lo sport che De Amicis aveva a Cuore

Torna un libro dimenticato che racconta una disciplina «uccisa» dalla popolarità del rugby e del football

Rico e il Fontana, l’Ulivi e il Sassone, il Pettinari e il Billi... Chi erano costoro? Artisti, e non fra virgolette, li definisce Edmondo De Amicis; «artisti di polso», ossia di quel «gioco del pallone» che più di un poeta - anche Giacomo Leopardi, nel 1821 - aveva cantato. Nel Piemonte e nell’Italia del 1897, quando Edmondo De Amicis (1846-1908) pubblica Gli Azzurri e i Rossi, quel gioco era in fase declinante. È comprensibile, allora, che un poligrafo di rango come il De Amicis (che aveva legato il proprio nome non solo e trionfalmente al Cuore, 1886, ma anche ai taccuini di viaggio, ai bozzetti de La Vita Militare, alla denuncia delle diseguaglianze sociali di Sull’Oceano e al Romanzo d’un maestro) si provi a immortalarlo, quantunque non s’illuda che le sue parole possano arrestarne la decadenza. Così nel 1897 un’aura di precoce leggenda trasfigura di già i summenzionati «artisti». Il ciclismo sta prendendo piede; e nel 1898 si svolge il primo campionato di foot-ball, cioè del nostro calcio, che non ha nulla da spartire con quello celebrato dal De Amicis, il «pallone col bracciale» o «pallapugno», «in cui si adoprano le mani e s’impugna un bracciale irto di punte o chiodi.
De Gli Azzurri e i Rossi, libro smarrito nell’oblio, ci fornisce la ristampa anastatica Alberto Brambilla, nella saporosa collana di letteratura e sport che lui stesso dirige per le edizioni Limina di Arezzo (pagg. XXV-184, euro 15). Il De Amicis aveva sicura competenza in molte discipline sportive, e non solo in quella ginnastica assunta a tema di un delizioso romanzo breve, Amore e ginnastica, riproposto nel 1971 da Italo Calvino. Era opportuno inserire l’educazione fisica tra le materie scolastiche? Ne discutevano pedagogisti e scienziati in una Torino che, se non era più la capitale del Regno, manteneva la sua centralità nella gestione dello sport italiano. Sport come culto gratuito della virtù agonistica insita nell’uomo: lo ravvisa e lo predica anche il De Amicis. Ma c’è molto di più: le geometrie del gioco hanno una loro intrinseca poeticità, che si trasmette agli spettatori, i quali più sono competenti più esigono. Comparando e cavillando, si spingono al limite della rissa (verbale) con chiunque, nel pubblico, si dichiari di parere opposto. In carattere col De Amicis più divulgato, emerge il valore esemplarmente sociale dello spettacolo, al di là dell’elogio che si tributa ai singoli «artisti». E lo sferisterio - se non offre una tipologia umana altrettanto ampia di quella che si mostra nell’omnibus, La carrozza di tutti a cui De Amicis intitolerà il libro del 1899 - è comunque l’arena ove convergono nature molteplici. È lo specchio di una società che accanto ai patiti (molti dei quali sono ex-praticanti, incluso il De Amicis) annovera finalmente anche una quota rosa, le donne, inclini però a distrarsi da uno spettacolo che pretende assoluta concentrazione.
Distanti come siamo oggi da quel gioco - che non somiglia affatto alla pelota - la sua stessa terminologia ci suona qua e là vagamente iniziatica. Non sarebbe stato superfluo un glossarietto che ci illuminasse sul «trappolino» e sullo «schizzatoio»; né un compendio delle regole. O forse no, forse conta solo il dispiegarsi di un’epopea familiare e pulita, un album di glorie che il De Amicis è l’ultimo a sfogliare a nostro beneficio. E lo fa con un’ironia bonaria: il cronista del costume si investe già del ruolo di storico. L’ironia risalta, in esergo a ogni capitoletto, nella citazione di un passo della Commedia dantesca e si replica nell’uso di frasi poetiche memorabili («Tutto ei provò...» e simili), ma senza che ne sbiadiscano le estrose macchiette, le oneste passioni. Un bel corredo fotografico - che integra e surclassa i disegni del pittore bolognese Raffaele Faccioli - ci regala i ritratti degli «artisti», qualche gruppo di spettatori e suggestive immagini dei più importanti sferisteri: Torino, Macerata, Firenze, Roma...
Tramontato il gioco del pallone, anche lo stile de Gli Azzurri e i Rossi non poteva che apparire irrimediabilmente datato. Si legga, per un confronto, la Prima antologia degli scrittori sportivi allestita nel 1934 da Giovanni Titta Rosa e Franco Ciampitti per l’editore Carabba di Lanciano e oggi riproposta sempre in anastatica e sempre a cura di Brambilla nella sua collana (Limina, pagg. 352, euro 15). Qui i cronisti-attori come Italo Balbo e Vittorio Beonio Brocchieri, o i grandi inviati - da Paolo Monelli a Emilio De Martino e ad Orio Vergani - o i battitori liberi come Achille Campanile, ci dicono, ciascuno e tutti insieme, nel taglio e nel linguaggio, che dall’epoca de Gli Azzurri e i Rossi è trascorsa quasi un’eternità. Fascismo aiutando, lo sport penetrava sempre più a fondo nelle giornate degli italiani; e la letteratura sublimava lo sport, o comunque se lo annetteva volentieri, spregiudicatamente. Ma era stato meno spregiudicato, nel 1897, il De Amicis, levando il suo inno in onore di una disciplina sportiva in decadenza irrevocabile?