Addio Sibilia, 'o commendatore che fece grande l'Avellino di Juary

Presidente dell'Avellino protagonista della storica scalata in serie A, senza avere a disposizione un patrimonio economico ma disponendo solo di un grande intuito nello scoprire calciatori, italiani e stranieri, dotati di indiscusso talento

Antonio Sibilia, "'o commendatore", ha speso benissimo i migliori anni della sua vita, conclusa ieri a pochi giorni dal compleanno numero 94. È stato il presidente dell'Avellino protagonista della storica scalata in serie A senza avere a disposizione un patrimonio economico ma disponendo solo di un grande intuito nello scoprire calciatori, italiani e stranieri, dotati di indiscusso talento. Dalle sue parti son passati Tacconi e Vignola, lì si è formato Fernando Di Napoli, Juary e Ramon Diaz realizzarono uno strepitoso apprendistato, tutti poi rivenduti al miglior offerente con quella tecnica elementare che consentì al club irpino di resistere per molti anni alla concorrenza milionaria delle metropoli.

Finto burbero, dotato di slanci generosi, fedele alle sue radici sistemate nel piccolo comune di Mercogliano, don Antonio Sibilia fu anche rigoroso precettore di qualche giovane dirigente, Pierpaolo Marino per esempio. E nel giudicare gli allenatori passati da Avellino mostrò anche un brillante cinismo. Famosissima rimase la definizione che diede di Rino Marchesi, poi finito sulla panchina di Napoli, Juve e Inter: «è come quel dottore che non ti fa mai morire ma non ti fa stare mai bene assai!». Nemmeno l'interessato si offese.

Da segnalare l'affetto col quale venne ricordato da qualche suo ex calciatore, primo tra tutti il brasiliano Juary famoso per il balletto sulla bandierina in occasione dei gol realizzati. Quando il brasiliano vinse col Porto la coppa dei Campioni a Vienna, ricordata per il famoso gol di tacco di Madjer, Juary dedicò il successo più luccicante della sua carriera proprio a Sibilia. Presidente per tre periodi a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, "o' commendatore" fu anche protagonista della cronaca giudiziaria. Per i suoi rapporti col capo della camorra Raffaele Cutolo venne inquisito e sottoposto a giudizio. «Era un tifoso dell'Avellino» fu la spiegazione pubblica data a un discutibile gesto (medaglia donata durante un processo). Venne fermato dalla polizia mentre si trovava a Milano, nei saloni dell'hotel Gallia, durante una sessione di calciomercato e non fece una piega. «Avvertite la famiglia che sono partito per le vacanze» disse sfilando dinanzi ai cronisti sportivi, presenti alla scena.