Allegri, la Juve ricomincia a 50

anni Dopo Cardiff pensò di dimettersi, adesso lancia una nuova sfida

T i svegli e ti ritrovi cinquantenne. Cambia il numero, il resto è uguale a prima. Cassius Clay disse che chi, a cinquant'anni, vede il mondo come lo vedeva a venti, ha sprecato trent'anni della sua vita. Massimiliano Allegri non ha sprecato il tempo, lo ha goduto come voleva e sapeva, da calciatore e allenatore. La sua vita privata è una storia a parte che soltanto lui medesimo può conoscere e stimare. Si fa presto a guardare dal buco della serratura il mondo degli altri, Allegri, come personaggio pubblico, lo sa bene, non si nasconde e, là dove avesse desiderato farlo, lo hanno, lo abbiamo immediatamente marcato, a uomo, senza tuttavia riuscire a metterlo in fuori gioco. E' stato l'uomo dell'estate pettegola: dopo quella notte amara di Cardiff, Allegri si è regalato piaceri diversi.

Aveva pensato anche di lasciare la casa juventina, già gli era accaduto un anno fa, poi, per riconoscenza, per affetto, per altro ancora, ha voluto ribadire l'impegno. Non da impiegato o aziendalista come qualcuno continua a scrivere nella sua didascalia, ma come professionista. Non ha voglia di piacere alla gente che piace. Fa il suo lavoro senza eccessi, non spaccia football, non strilla ai microfoni, ascolta con il mezzo sorriso, quasi un ghigno, anche le paturnie tattiche di Arrigo Sacchi, percepisce le rosicate londinesi di Antonio Conte, usma l'aria dei tifosi juventini che sono davvero di una razza speciale: abituati alle brioche il giorno in cui mangiano il pane ritengono di essere costretti alla fame.

Non per questo si è scomposto e si scompone. Leggendo qua e là i social che lo riguardano, c'è da restare straniti: a parte gli epiteti e le volgarità, sembra che la Juventus, in questi ultimi quattro anni, abbia faticato a stare a galla e che il gioco espresso sia stato paesano, provinciale. Allegri, di certo, ha contribuito del suo ad alimentare il sospetto: non è un coraggioso, Tevez lo definì un cagon, prima di svoltare a destra o a sinistra ha preso anche qualche palo sul muso. Italo Allodi lo descrisse come scanzonato ma nelle scelte tecniche e tattiche non è affatto spregiudicato e ironico. Anzi. Il caso Bonucci ne è stato l'esempio, anche se, in molti, direi in troppi, hanno evitato di segnalare che lo stesso tecnico fu ugualmente punito dalla dirigenza, per il suo linguaggio e comportamento. C'è una singolare coincidenza nelle date. Oggi, cinquant'anni fa, l'allenatore della Juventus era Heriberto Herrera e il paraguagio, proprio l'11 di agosto, spedì fuori dal campo di allenamento Sarti, Zigoni e Leoncini che non seguivano le sue indicazioni. Erano giorni duri per il club sotto la presidenza di Vittore Catella, mezza squadra non voleva sottoscrivere il contratto, Agnelli non riuscì a portare a casa Meroni, gli operai granata della Fiat boicottarono le 128 in catena di montaggio. Cinquant'anni dopo, i soldi vanno via come il pane e le brioches di cui sopra, alla Juventus si festeggiano scudetti epocali. Ma Allegri riparte da zero. Il passato, a Torino, non conta. Va riscritto ogni giorno. Anche a cinquant'anni. C'è di peggio nella vita.