Beccalossi, 60 anni da artista incompreso

Stregò San Siro, ma non Bearzot: "Oggi si corre tanto, ma si crea poco"

É successo una domenica di fine ottobre del '79 a San Siro, quando ancora si giocava di pomeriggio e su nei popolari se non ti sbrigavi non ti sedevi neppure su quei gradoni gelidi. Figurarsi se c'era il derby. Quel giorno iniziò la leggenda del signor Evaristo.

«La mia carriera? Me la sono goduta, mi sono divertito, ho fatto quello che volevo, sognavo di giocare a calcio e l'ho fatto. Non c'è una cosa in particolare, ce ne sono state tante, momenti belli e momenti meno belli. Come nella vita».

Oggi compie sessant'anni, ha messo su qualche chilo, ha i capelli bianchi, ogni tanto la tosse e quando si gira gli viene da sorridere: «Non facciamo paragoni con il calcio di trent'anni fa, adesso vanno a tremila all'ora. Non so io cosa avrei fatto oggi, il nostro era un altro calcio».

Ha ragione, ne sono successe tante. Quella volta che gli azzurri giocarono a Como un'amichevole contro l'Ungheria B e sugli spalti c'erano gli striscioni per Beccalossi in Nazionale. Era il 1° giugno 1980, l'Italia stava preparando l'Europeo che avrebbe giocato in casa, ma Bearzot gli preferì sempre Antognoni. Come nell'82 in Spagna, Pruzzo capocannoniere e lui, mezzo destro e mezzo sinistro, sempre ignorati dal ct. Come quella volta che sbagliò due rigori contro lo Slovan Bratislava, primo turno di coppa delle Coppe, e Paolo Rossi, il comico, gli disegnò sopra un formidabile monologo. Domenica è capitato anche a Mbakogu, non basta sbagliarne due di fila per ispirare. Ma prima di tutto quella domenica pomeriggio sotto un'acqua da paura, pozze infami, campo impossibile, il Milan con lo scudetto e l'Inter di Bersellini che glielo sta sfilando, il giorno di mi chiamo Evaristo, mi scusi se insisto.

Due gol ad Albertosi e un refrain che fa il giro dello stadio, di Milano e poi del mondo. Canzoni e piece teatrali sull'Evaristo che si ripete nel derby. Tutto su una sparata che lui non ha mai detto. Ma la doppietta sì, certificata, e anche di destro, lui che deliziava col sinistro, e poi nel fango, lui che non aveva un fisico bestiale. Era il 28 ottobre, praticamente la data del suo secondo compleanno, all'Inter era arrivato da poco, venne subito adottato, poco avvezzo al sacrificio, poco portato a difendere, impossibile da marcare nei giorni in cui era folgorato. Negli altri avevi tutti i permessi e le autorizzazioni del mondo per mandarlo a quel paese. Un Alvaro Recoba vent'anni prima, un apripista della pazza Inter: dagliela al Becca e ci pensa lui, Altobelli e Muraro entravano in porta con il pallone. Vent'anni prima di Recoba e trent'anni prima di Kovacic? «Per carità, un paragone del genere proprio no». Sembrava uno buono... «L'Inter l'ha venduto al Real Madrid, ha preso un mucchio di soldi e ha fatto molto bene a cederlo». Eppure l'Inter ci aveva puntato forte... «Sì, è vero, ma poi lui ha deluso, non ha fatto il salto di qualità che la società si aspettava». Dicono che adesso lo cerchi il Milan... «Vediamo, non commento. Oggi tutti fenomeni, velocissimi. Ma non si pensa più, non si crea». L'ultimo nei test, il dieci sulla maglia, nascondeva il pallone e lo faceva riapparire da un'altra parte.