A Benevento ha vinto il fascino irrazionale del calcio

Con la vittoria sul Genoa si chiude (in casa) il campionato folle e affascinante del Benevento. Dal sogno all'incubo, il patto e la speranza: ecco perché i tifosi hanno applaudito i sanniti

Con un gol del “mostro” Cheick Diabaté, il pubblico di Benevento saluta la serie A. Nell’ultima in casa, i sanniti stregano il Genoa e battono i rossoblù in una gara che non aveva altro senso che quello del commiato.

Allo stadio Vigorito, i tifosi sanniti hanno ringraziato con una imponente scenografia i loro calciatori. Non sono scene che si vedono di frequente, specialmente sul campo di una squadra retrocessa all’ultimo posto che dal fondo della classifica non s’è mai schiodata. Cori e applausi per un finale da brividi, una lezione di cosa sia e rappresenti il calcio, specialmente in provincia, al di là di luoghi comuni e frasi di circostanza.

La favola del Benevento è quella di una squadra che si trova a vincere il primo campionato che nella sua storia abbia mai disputato in serie B. Una promozione (dalla C allaB) cercata, voluta fortemente, quasi frustrante: per quasi dieci anni i sanniti non riuscivano a centrarla, pur giocando campionati di alto livello. La solita squadra da battere, finita regolarmente battuta dall’outsider di turno.

Essere in B era già un sogno, quando è arrivata la promozione in A – a spese del Frosinone -, è stato tutto così veloce che lo scotto da pagare è stato amarissimo.

Quattordici sconfitte di fila, così è iniziato il campionato dei campani. Qualcuna fragorosissima, come al San Paolo di Napoli (6-0) e in casa contro la Roma (0-4), alcune belle prestazioni sfumate davanti a quelli che sono stati gli evidentissimi limiti tecnici della squadra. In casa contro l’Inter (1-2) e a Torino contro la Juventus (2-1), le grandi squadre hanno dovuto sudarsela contro quella che, intanto, guadagnava i titoli e le pagine dei giornali, nazionali ed esteri, come la “peggiore” squadra di sempre. Il Benevento come la Longobarda, sui social i meme erano tanti e tali da non contarsi più. Poi è accaduto, proprio in casa, proprio in quello stadio, il “miracolo” del portierino Brignoli che regalò il primo punto al Benevento con una zuccata clamorosa che bucò la porta di Gigio Donnarumma, costringendo al pareggio il Milan di Gattuso.

Dopo l’inverno, quando il mercato si è riaperto, la società ci s’è lanciata pesantemente. Sono arrivati in otto, tra (presunte) vecchie glorie e calciatori finiti ai margini nelle loro squadre, all’estero. Ancora una volta, i paragoni sono stati ingenerosi. In molti hanno ipotizzato l’antica eco di un disastro bis, evocando (ad esempio) l’esperienza dell’Ancona del 2003/04 (ricordate Mario Jardel?). Non è andata così. Se il risultato finale, quello degli impietosi numeri, le accomuna, le prestazioni in campo hanno dimostrato che il Benevento (sebbene tardissimo) aveva iniziato a svegliarsi.

La media punti nel girone di ritorno è da salvezza. Il Benevento trova in Cheick Diabaté il bomber inatteso, quello che nessuno s’aspettava. La squadra gioca con solidità e macina (finalmente) vittorie. Prima era caduto il Chievo, all’ultima di andata. Poi la Sampdoria, quindi (dopo le sconfitte con Bologna, Napoli, Roma, Torino e Inter), cade il Crotone proprio con un gol del “mostro” maliano.

C’è una partita che però rappresenta, più di tutte le altre, perché i tifosi del Benevento non hanno potuto fare altro che tributare affetto e stima ai loro calciatori. Quella di San Siro, quando il Milan di Gattuso (già bloccato all’andata nel Sannio) deve cedere i tre punti alle Streghe. La gara che tutti i tifosi, specialmente quelli di provincia, sognano. Quella che finisce con i calciatori che hanno la maglia sudata, hanno esaurito anche l’ultima stilla di energia nervosa e che nonostante ciò sono riusciti ad abbattere il gigante (dai piedi argillosi, nel caso di quel Milan).

A Benevento è stato onorato il patto di gennaio, quando a chiunque venisse proposta la prospettiva di vestire la maglia giallorossa si è chiesto di essere prima uomini, consapevoli di dover dare tutto per una causa già ragionevolmente persa. Adesso rimane solo l'ultima pratica. C'è da far visita al Chievo: in Campania nessuno ha voglia di chiuderla burocraticamente, daranno battaglia. Foss'anche solo per onorare l'affetto dei tifosi.

È stato per questo che la curva a Benevento ha salutato con affetto e riconoscenza la sua squadra, nonostante una retrocessione già ampiamente annunciata. Perché il calcio è il regno dell’irrazionale, Benevento è la città delle Streghe e il pallone (anche grazie a loro) è tornato a essere incomprensibile magia.