Il Brasile e un tabù da sfatare. Nel "fucibol" è l'ora dell'oro

La Seleçao nel segno di Neymar per centrare l'unico titolo mai vinto. E cancellare il tracollo del Mondiale

Cinque argenti e due bronzi. E l'oro? Resta nei colori della bandiera, insieme con il verde. Il Brasile ci riprova, dal Millenovecentoventi (prima apparizione ai Giochi ma non nel calcio) insegue la medaglia più preziosa, quella della sua storia vera, dunque o fucibòl, la leggenda di Pelé, i colpi di Vavà, Falcao, Careca, i numeri di Ronaldo e Neymar. Niente, sembra una macumba, lo spillone nel corpo dei sambisti del calcio, tre finali, tutte e tre perse e perdute nella notte amarissima, l'ultima nel tempio di Wembley contro il Messico con le due pastiglie di cianuro portate da Peralta e l'incubo di non poter mai più arrivare al titolo.

E poi il mondiale in casa, l'umiliazione contro la Germania, il buio oltre la porta, sette volte violentata. Coriandoli bagnati di un carnevale annunciato troppo in fretta, oggi Rio prepara un'altra festa, stavolta davvero o mai più, stavolta c'è la pepita di Neymar concessa dal Barcellona che invece si è tenuto Messi, così che l'Argentina non sarà fortissima. Ma è il Brasile vittima di se stesso, dal Maracanazo del Cinquanta, tutto compreso, sucidi e depressioni. I Giochi dell'Olimpiade estiva non possono prevedere altre tragicomiche soluzioni, o si vince o è davvero la fine. Una medaglia, la prima, che varrebbe più di tutte le altre, che sia atletica, vela, pallavolo o judo, sono belle ma non hanno lo stesso valore e significato di questa, là dove il pallone di cuoio è un giocattolo nei piedi degli artisti.

Un Brasile sconfitto non fa parte dei giochi ma finora così è stato. La squadra messa assieme da Rogerio Micale ha nomi illustri e ricchissimi, Neymar e Felipe Anderson, Gabriel Jesus a Rafinha, Marquinos, roba europea con perizia e conto in banca ma anche affamata di un podio che non ha ottenuto né al mondiale né nella coppa America.

Micale ha preso il posto di Dunga, licenziato dopo due fallimenti; lui non ha patenti internazionali, viene da Salvador di Bahia e si è sempre occupato delle speranze brasileire.

Dunque è arrivato il tempo, il Brasile deve battere la zika, la gravissima crisi economica, i buchi organizzativi, la miseria delle sue periferie, le fotografie di Adriano smarrito nella peggiore favela, un ex campione, forse un ex uomo pellegrino di se stesso.

La medaglia d'oro della nazionale di calcio sarebbe lo zucchero sul pane, con Neymar Cristo a benedire le folle: immagine forte ma verace per chi conosce la gente carioca (di Rio) e del resto del Paese. Non c'è altra disciplina, c'è il fucibòl con tutto quello che si porta appresso, dalla torcida ai riti contro il malocchio del maracanazo. E' l'ora dell'oro.