Cagnotto ha sconfitto il mostro. Ma si meritava tutti i riflettori

Una medaglia rincorsa per anni messa nell'angolo dalla raffica di ori azzurri

Lo sport sa essere crudele. Come i bambini. Loro non lo fanno apposta, intanto però... fanno. Vincenzo Nibali che cade mentre è in testa e non solo cade, si rompe due volte la clavicola, dice addio contemporaneamente all’oro, alla felicità e in cambio finisce in ospedale. Giorgio Avola che nel fioretto è a un punto dalla semifinale, 14-8, ma impazzisce, si deconcentra e frana e si suicida ed è una storia olimpica che si racconterà a lungo e lui non scorderà a lungo. E poi Tania Cagnotto che insieme con Francesca Dallapé ha vinto la sua interminabile battaglia durata sedici anni di caccia feroce e sfortunata alla medaglia olimpica che proprio non ne voleva sapere di arrivare. Battaglia vinta perché poi, all’improvviso, in piena zona Cesarini di una bella carriera, eccola. E neppure di bronzo. Argento. Argento vivo.

Cosa c’entrano Tania e la sua lunga rincorsa al primo podio olimpico dopo cinque partecipazioni ai Giochi con il dolore di Vincenzo, con la beffa di Giorgio? C’entrano perché le sfaccettature della crudeltà sportiva sono infinite. A lei è successo che nel giorno atteso una vita la medaglia arrivata è stata poi schiacciata, soverchiata, in un certo senso ridimensionata dall’impatto grande degli ori a raffica sparati dal judo, numero 200, dalla scherma, numero 201, da questa indimenticabile domenica ricca di metalli e gradini e inni nazionali.

Lei giustamente snobba questo pensiero, lo relega lontano, lei ora dice e ripete «ce lo siamo domandate cento volte, ma allora è proprio finita, allora ce l’abbiamo davvero fatta, questa medaglia è arrivata, è nostra». Dice «è come se il destino fosse scritto... Però sì, è valsa la pena aspettare. Perché in questi quattro anni, dopo il pianto di Londra, dopo i due quarti posti sfuggiti per un respiro, abbiamo dato veramente tutto ma quel tutto ci è tornato indietro».

Quasi tutto. Avrebbero tutte e due e avrebbe Tania meritato più luce ad illuminare l’argento, ma forse a loro, a lei, piace così. «È come se aspettare altri quattro anni avesse avuto un suo preciso significato, avesse dato senso alle nostre fatiche... E adesso, nella gara individuale di domenica prossima sarà tutto bellissimo, mi godrò ogni singolo istante». Sperando che i riflettori restino puntati solo su di lei e non svirgolino la mira magari attratti da un oro che non vale l’argento di un tuffo.