Il calciatore 2.0 ha la vena poetica

Licenze letterarie e citazioni: sui social la nuova versione "culturale" dei giocatori

L'ultimo è stato Roberto Gagliardini, che prima di approdare all'Inter ha scritto una lettera d'addio all'Atalanta in cui ha condensato tutto il suo amore di bergamasco e tifoso della Dea. La sua verrà ricordata come una delle più belle ma si aggiunge a una lista ormai lunghissima, perché da quando esistono i social network l'incontinenza letteraria dei calciatori non ha più freni.

Un tempo se uno voleva salutare il suo vecchio club doveva comprare una pagina di giornale (l'ultimo a farlo, l'estate scorsa, fu Candreva), oppure poteva esagerare come «Tarzan» Annoni che quando andò via dalla Roma noleggiò un aereo e lo fece volteggiare sull'Olimpico con uno striscione di commiato. Adesso è tutto molto più facile ed economico, basta scrivere su internet: e visto che lo spazio virtuale è autogestito ci si lascia andare molto di più.

I giocatori di oggi non hanno più paura delle parole. Le prendono in prestito dai cantanti o dagli scrittori: l'altro giorno Iturbe ha rispolverato Venditti («grazie Roma, mi hai fatto vivere e sentire ancora una persona nuova»), ieri la fidanzata di Cataldi - in partenza per Genova - lo ha salutato copiaincollando su Instagram «Buon viaggio» di Cremonini, mentre Florenzi e Perin hanno reagito ai rispettivi infortuni citando Ligabue e Coelho. Ma c'è pure chi ha l'ispirazione e fa tutto da solo.

È il caso di Pavoletti, che prima di viaggiare verso Napoli ha pubblicato sul suo profilo Facebook un lungo post che si concludeva così: «Sono nato al mare, a Livorno. Sono rinato al mare, a Genova. Ora ritroverò un altro mare per un'altra avventura». Insomma ci si lancia, senza più pudore. Il campione 2.0 è bravo sia coi piedi che a chiacchiere: anni di invasione dello sport prima da parte della televisione e poi dei nuovi media hanno prodotto una generazione di ragazzi che non hanno alcun timore reverenziale verso telecamere, microfoni o taccuini.

E poi, rispetto a un passato anche recente, sembra esserci maggiore feeling con la cultura. C'è Caldara, il giovane difensore dell'Atalanta e promesso sposo della Juve, che ha recentemente confessato il suo amore per la letteratura: legge Tolstoj e Dostoevskij, mica Fabio Volo. C'è Lapadula che incanta tutti suonando Chopin in diretta alla Domenica Sportiva.

C'è il vecchio De Rossi che andando avanti con gli anni ha sviluppato passioni cinematografiche e letterarie non banali, e ventenni come Morosini - appena acquistato dal Genoa - che fin dagli esordi nel Brescia faceva impressione per la proprietà di linguaggio e la precisione dei concetti espressi nelle interviste.

È ancora presto per dire se lo stereotipo del calciatore sta davvero cambiando. Fino a poco tempo fa la percentuale dei laureati non superava l'1% e i loro nomi si ricordavano abbastanza facilmente: tra i primi (a parte quelli storici come Annibale Frossi o Fulvio Bernardini) ci fu Dossena, poi Ielpo e Fiori - entrambi portieri ed entrambi passati da Lazio, Cagliari e Milan -, poi Pecchia che divenne anche avvocato. Più recentemente Stendardo e Chiellini a cui stanno per aggiungersi Puggioni, De Silvestri e Ogbonna.

Sono germogli, in un contesto dove però prevale ancora il disimpegno. A partire dai simboli: Totti probabilmente ha scritto più libri di quanti ne abbia letti, Messi si è vantato di non averne mai preso in mano uno. La leggenda narra che abbia tentato solo con una biografia di Maradona senza peraltro essere riuscito a finirla. Ma a prescindere dai titoli accademici o dalle buone letture aumentano la voglia e la capacità di esprimersi: i giocatori-poeti del ventunesimo secolo non hanno più paura dei propri sentimenti.