Catherine, mamma-pediatra. A Rio correndo per hobby

Bertone: "Faccio parte del popolo di appassionati della domenica... Un giorno ho detto provo il minimo..."

RIO DE JANEIRO - Una mattina d'inverno ad Aosta, quest'anno, presto come al solito, prima di andare a lavorare, "alle 6, magari prima se riesco", Catherine si è cambiata, preparata, ha dato un'occhiata veloce e tenera a Corinne ed Emilie, le figliolette in camera, poi è sgusciata fuori di casa senza far rumore, ci mancherebbe, si è infilata nel freddo e ha iniziato a correre, correre, correre. Si è fermata due ore e trentaquattro minuti dopo. Qui a Rio. Minimo olimpico ottenuto. Non per caso, ma per hobby.

Catherine Bertone non vincerà la maratona donne, ma Pierre di questa italiana mezza bretone sarebbe contentissimo. Perché Catherine è perfetta per De Courbertin padre delle olimpiade e ladro di slogan. Quando il barone francese si appropriò della frase di un predicatore americano, "importante non è vincere, ma partecipare", era a persone come Catherine che pensava. "La mia medaglia sarà arrivare in fondo, il mio premio tornare a casa presto perché non pensavo che la famiglia e le ragazze mi sarebbero mancate così tanto" confida lei con il groppo in gola di chi ha il cuore spezzato tra la gioia di un'impresa d'altri tempi e la voglia di stringere forte le proprie creature. "La grande è in piena fase preadolescenziale e che fatica starle dietro, altro che la maratona. La piccola è una peste e in famiglia era l'unica che tifava contro.... Cara mamma, spero tanto che tu non riesca a ottenere il tempo per Rio, voglio che tu resti qui, qui, qui! mi ha sempre ripetuto. E adesso è arrabbiata con me... Ma no, ma no, si fa per dire".

Catherine è tante cose. È madre, è moglie, "di Gabriele, che ama correre anche lui, diciamo che è il mio secondo allenatore, però adesso è importante che alleni la famiglia. Infatti non mi ha seguito, al sogno di partecipare in qualche modo anche lui all'olimpiade, ha preferito stare a casa con le ragazze... Diciamo che non potevamo fare altro, giusto così, diciamo che fa il coach di famiglia". Catherine è pediatra, dirigente medico all'ospedale Beauregard di Aosta, mamme in fila e bimbi da visitare e "dottoressa, ma come procede la preparazione per Rio?" le chiedono sempre curiose. Lei sorride, arrossisce, risponde, ringrazia e tutte le volte si ritrova a spiegare che "sì, anche stamane ho corso 10 magari 20 chilometri però guardate che non è mica fatica questa. La fatica è fare le mamme, la fatica è portare avanti casa" ripete anche adesso mentre attende di andare a cena qui al Villaggio Olimpico. Dice: "Al contrario, se una mattina per un motivo o per un altro succede che non riesca a correre quanto avrei voluto, ecco che allora, sì, mi sento strana tutto il giorno. Il mio allenatore, Roberto Rastello, dice che un'altra appassionata come me della corsa, quando mai la troverà ancora...".

Catherine ha 44 anni, "la più vecchia in gara" e nel dire vecchia il suo timbro è così giovane. Non è una baby mamma, non è un'atleta che ha interrotto l'attività per mettere su famiglia e poi ha ripreso ad allenarsi. Catherine è una donna realizzata nella famiglia e nel lavoro che una mattina esce all'alba di casa per correre e si ritrova a Rio. "In effetti, a volte, avverto una forma non di invidia, ma di stupore negli altri che corrono per hobby e conoscono la mia storia. Perché io sono loro. Domani mi basta arrivare, spinta dal pensiero delle mie figlie che mi spronano, forza mamma...".

Intanto, si gioca la sua olimpiade per hobby accanto alle azzurre come lei ma atlete non come lei, Valeria Straneo e Anna Incerti. Catherine è ben conscia di essere diventata il simbolo di quel popolo strano e immenso di corridori dell'ultima ora che animano le strade d'Italia in età tardiva. "Però, dai" ammette lei, "se sono qua è anche per una congiunzione astrale. Quest'anno la maratona sta vivendo un cambio generazionale. Le atlete forti attraversano un momento di calo, basti pensare che nel 2012 erano in cinque sotto i 2h30, e non ci sarebbe stato spazio per me. Contemporaneamente, le giovani devono ancora sbocciare. Per questo ai primi di gennaio ho guardato mio marito e gli ho detto: "Gabriele, ma sai che ti dico... io ci provo a ottenere il minimo olimpico".

Missione compiuta. A Rotterdam, 2 ore 30 minuti 19 secondi. "La verità? Lo faccio per me, però a questo punto non solo: ho capito di farlo soprattutto per le mie figlie che saranno mogli e madri. Perché correre è libertà, mentre noi donne ci incastriamo troppo spesso in esistenze con mille doveri. Ecco, forza, tutte a correre libere. E se poi la casa non è in ordine... che importa".