Conte sulle orme di Ranieri: la Premier è made in Italy

Chelsea record con 13 vittorie di fila in campionato, un capolavoro dell'ex ct azzurro dopo l'Europeo

Il 2016 della Premier League si è chiuso esattamente come il 2015. Ovvero con un manager italiano in testa alla classifica. Dodici mesi fa toccava a Claudio Ranieri, ora è il turno di Antonio Conte. Debuttante nel torneo d'Oltremanica dopo le lacrime di Montpellier seguite all'addio all'Europeo e alla Nazionale azzurra, capace di ribaltare i pronostici estivi, ma anche di cancellare i fantasmi di un esonero sbattuto nelle prime pagine dei tabloid inglesi dopo i rovesci di settembre con Liverpool e Arsenal.


E invece nei 90 giorni successivi, è arrivato un percorso netto da 39 punti, che ha regalato in un colpo solo un primo posto in Inghilterra sempre più blindato, ma anche il record (eguagliato) del campionato in una sola stagione già detenuto proprio da quell'Arsenal che il 24 settembre sembrava aver già tolto fuori dai giochi per il titolo i Blues (nel 2002 la truppa di Wenger e Henry arrivò poi a 14 con la prima gara del torneo successivo). La serie del Chelsea, aperta il 1° ottobre, parla di un altro tredici da favola, coronato da 32 gol fatti e solo tre gare con reti al passivo (4 in totale di cui due nel turno di San Silvestro con lo Stoke City). Ora sono 49 i punti in classifica, solo nella stagione 2005-06 il Chelsea - allenato da Mourinho - fece meglio nelle prime 19 sfide (52).


A Conte, da sempre attratto dalle cose concrete, dei record interessa il giusto. Anche se nell'ultimo anno di Juve spremette il gruppo per arrivare a quel traguardo finale di 102 punti che difficilmente verrà battuto. E rispetto a Ranieri e al suo Leicester, ha già un attivo di +10 alla fine del girone d'andata. Le tredici fatiche del tecnico leccese, sempre più a suo agio anche con la lingua, hanno spiegazioni tecniche ben precise: il cambio di modulo (dal 4-3-3 al 3-4-3) con grande importanza di Diego Costa, arrivato a 14 gol e 5 assist; lo svecchiamento dei titolari, con l'esclusione di Ivanovic, la cessione di Oscar in Cina (per 60 milioni) e lo scarso impiego di Fabregas (comunque autore di due assist contro lo Stoke City nell'ultima gara del 2016 e diventato primo cambio decisivo) oltre a Terry non più indispensabile; il ruolo di regista difensivo di David Luiz e degli esterni a tutto campo Marcos Alonso e Moses, aggiunto a qualche invenzione nell'emergenza (vedi l'Hazard falso nove nonostante la presenza di Batshuayi, pagato 40 milioni in estate).


Conte ha persino voluto smentire chi lo ha spesso descritto come una persona spigolosa e poco avvezza a cordialità. Tanto che alla fine della conferenza stampa di presentazione della sfida di Santo Stefano con il Bournemouth, ha invitato i giornalisti al pub «The Old Plough» di Cobham dove ha offerto loro una birra e in un paio d'ore ha raccontato del suo modo di lavorare, di come ha cambiato il Chelsea dentro e fuori dal campo. L'ennesima trovata vincente di un tecnico che in questo periodo non ne sbaglia una. E del quale a Londra sono già pazzi.
Gennaio potrebbe essere il mese decisivo per una Premier League che Conte vorrebbe vincere al primo colpo. Il Liverpool di Jurgen Klopp, a -6 dal Chelsea, sembra rimasta l'avversaria più credibile e il 31 riceverà i Blues ad Anfield Road dopo aver già vinto in casa dei rivali il 16 settembre scorso.

Prima Hazard e compagni avranno le trasferte di White Hart Lane con il Tottenham (dopodomani) e quella di Leicester, in una sfida che potrebbe rappresentare un'ideale passaggio di consegne tra Ranieri e Conte. Che non vuol mollare la Fa Cup (l'8 partita interna e secca con il Peterborough United, club di League One) e a Stamford Bridge avrà l'impegno di campionato con l'Hull City. Confermare il +6 a fine mese o addirittura allungare avrebbe il retrogusto del titolo in tasca. E se la striscia di vittorie dovesse continuare, si metterebbero nel mirino alcune serie storiche dei maggiori cinque campionati europei: se le 19 vittorie di fila del Bayern Monaco di Guardiola (stagione 2013-14) sembrano ancora lontanissime, le 16 del Barcellona 2010-11 allenato sempre dal catalano o, quanto meno, le 15 del grande Real e della Juventus di Allegri 2015-16 non sembrano un miraggio.