Difendere l'auto dalla demagogia

di Pier Luigi del Viscovo

È stato bello ripercorrere gli ultimi dieci anni di dibattiti intorno all'auto, leggendo il bel libro di Pierluigi Bonora, Il diavolo non ha quattro ruote», ma voglio chiosare su due punti. Il primo riguarda i Suv, che l'autore difende sostenendo che «le motivazioni d'acquisto sono tutt'altro che di tipo emotivo o esibizionistico, ma poggiano su scelte razionali che le ricerche più autorevoli collegano alla sicurezza attiva e passiva, al comfort generale e alla possibilità di disporre della trazione integrale». Personalmente non concordo e con me non concordò pure Vittorio Feltri (eravamo insieme in quel dibattito). Rivendico la libertà di scegliere l'auto per tutti i motivi che voglio.

Certo che il Suv è cool, come la wagon negli anni '80. E allora? Non voglio un politburo razionale a decidere se e cosa guidare. C'è poi la mancanza di alternative alla mobilità privata denunciata nel 2012 dall'allora ministro Corrado Clini, secondo cui «per difendere l'auto, che rappresenta un punto di riferimento importante per l'economia e per il mercato della mobilità, dobbiamo associarla a strategie di mobilità che valorizzano anche le altre offerte di trasporto». Anche su questo mi permetto di dissentire. È fuorviante parlare di auto e di mobilità privata come il risultato di una scarsa offerta di mobilità pubblica. Piuttosto, ragioniamo di mobilità individuale e collettiva. C'è una domanda di mobilità collettiva, dettata da ragioni di comodità (non voglio guidare né parcheggiare) o economiche, che va soddisfatta con mezzi dignitosi, confortevoli e puntuali. Ma c'è al tempo stesso una domanda di mobilità individuale, intima, che può e deve essere soddisfatta, con le auto private ovvero con mezzi pubblici a uso individuale, come il taxi, Uber e il car-sharing.