"Djokovic mi somiglia: la famiglia l'ha cambiato e io so come aiutarlo"

L'ex campione Andrè Agassi dopo il tennis giocato e il libro: "Lo alleno per sconfiggere le sue incertezze"

Dal nostro inviato a Wimbledon

Il rischio era diventare l'uomo sandwich di se stesso: un libro di successo e l'immagine perenne da portare in giro del campione di tennis che odia quello che lo ha fatto diventare un mito. Andrè Agassi ad un certo punto ha deciso di imboccare una strada meno banale e a Wimbledon non è arrivato solo come testimonial Lavazza («li devo ringraziare: mi hanno insegnato a bere l'espresso, ma soprattutto aiutano attivamente la mia fondazione»), ma come coach a tempo pieno di Novak Djokovic: «E in questo caso l'amore o l'odio per il tennis non c'entra più nulla: devi imparare a prenderti cura di un'altra persona». Lo faceva suo padre con lui, con i metodi che abbiamo appreso leggendo Open. E lo fa lui con i suoi due figli, «che mi fanno ascoltare musica rap, io che non accendo la radio neppure quando guido. Ho scoperto che i musicisti si allenano per i concerti come un tennista. Ma lì manca il dramma...». Il dramma e l'estasi.

Com'è essere padre, André?

«Potrei dire difficile, ma non è la parola giusta: è una grande responsabilità. Io dal mio ho imparato quello che non avrei voluto essere, ai miei figli spero di insegnare qualcosa in più».

Un padre immigrato, arrivato negli Usa senza sapere una parola di inglese

«La storia si ripete, no? Ho sentito che Bill Gates dice che bisognerebbe fermare questo flusso di gente. Non so: di sicuro servono più regole, più educazione. Ma io non ho una soluzione in tasca».

Com'è invece essere marito? Com'è Steffi?

«Ah, è difficile starle dietro: si muove tutto il giorno, come quando era la Graf in campo. Chi non la conosce pensa che sia una persona che mette un muro davanti, ma passato quel muro scopri una donna meravigliosa».

A proposito di responsabilità: essere coach...

«Una sfida, complicata ma esaltante. Bisogna studiare molto, imparare a capirsi, instaurare un rapporto di totale fiducia. Un po' come essere genitori».

Per di più coach di un numero uno come Djokovic.

«Novak è un incredibile lo ripeto: incredibile campione. Ma nessuno deve essere sicuro di ciò che sembra. Nessuno è al riparo dalle incertezze: è per questo che serve un coach».

Al fianco di Agassi c'era Brad Gilbert. L'autore di «Winning Ugly», ovvero «vincere sporco».

«In realtà Brad era un grande psicologo. E un problem solver. Questo deve fare un allenatore: risolvere problemi».

Quali sono quelli di Djokovic?

«Il suo mondo ora è diverso: ha una famiglia che sta crescendo, sono cambiati gli equilibri, le convinzioni sul campo sono la cosa fondamentale da recuperare. Ognuno di noi ha un differente motivo quando perde fiducia in se stesso. Ma non bisogna pensare che i problemi siano irrisolvibili: dall'altra parte della rete c'è uno come te. Magari con più problemi di te».

Direbbe questo a quel ragazzo con la chioma lunga e i pantaloncini strani?

«A quell'Agassi? Forse gli direi di tagliarsi i capelli... Scherzi a parte: gli ricorderei che è un work in progress. Direi: Credici e sarà più facile».

Agassi è ancora il kid di Las Vegas?

«So che molti pensano alla mia città come quella del gioco e del peccato, ma Vegas non è solo un posto per turisti. È una città nata nel deserto e non per caso: è un simbolo di innovazione, di sogni, di lavoro duro, di spirito. Ecco: Las Vegas ha uno spirito. Che è ancora in me».

Quell'Agassi era anche il rivale di Sampras.

«Pete è stato quello: un rivale. Mai un amico, né un nemico. L'ho sempre rispettato, mi ha ispirato, mi ha battuto, l'ho sconfitto. È stato come avere uno specchio davanti».

Mentre Ivanisevic...

«Goran? Un caro amico: d'altronde io sono amico di chiunque ha perso con me una finale di Wimbledon... Scherzi a parte, è incredibile: su campo era up and down, fuori una persona bellissima. Pensavo che fosse matto, ma ho scoperto che ad essere matto è il tennis»

«Open» è il libro sul passato. Com'è, André, il futuro?

«Non lo so, non lo immagino. Sto vivendo nuove esperienze e sono sereno. Non mi pongo obbiettivi. Posso dirlo: sono aperto a tutto. Sono open...».