Doping a 14 anni Colpa del ciclismo o delle famiglie?

U n bambino dopato. Buttata lì così, sembra una notizia sconvolgente, eppure non è nemmeno sorprendente. Ancora una volta è il ciclismo a finire sotto i riflettori, ma potrebbe essere benissimo qualsiasi altro sport. Anche se il mondo delle due ruote è quello che fatica di più ad estirpare questa malattia. Questione di mentalità, di radicamento del fenomeno. Sicuramente anche di pura e semplice ignoranza.

La notizia ha contorni precisi per quanto riguarda l'età dell'atleta risultato positivo (14 anni), la regione di origine (Sicilia) e la sostanza utilizzata (il mesterolone, un anabolizzante che si usava già negli anni Sessanta, che in medicina serve a curare l'ipogonadismo o ad aiutare lo sviluppo sessuale e che in alcuni casi è stato utilizzato persino come antidepressivo), ma non è stata resa pubblica la manifestazione a cui partecipava.

Il solo fatto, però, che nel ciclismo si debba procedere a controlli antidoping per categorie come quella degli Esordienti (13-14 anni) dà l'idea di come il fenomeno sia arrivato veramente all'ultima frontiera. Eppure un anno fa a Tradate, nel Varesotto, ci fu una sollevazione indignata di fronte a un controllo a sorpresa voluto dal Ministero della Salute a una gara della categoria Giovanissimi, che per la cronaca va dai 7 ai 12 anni e per la quale i controlli non sono nemmeno previsti dal regolamento della federciclismo. Il blitz in quella circostanza non portò a scoprire irregolarità, eppure, evidentemente, non era così fantascientifico.

Ma se allora si gridò allo scandalo, le abitudini di un certo sottobosco del ciclismo non sembrano essere cambiate. L'ignoranza continua ad imperversare, magari associata all'avido fanatismo di qualche genitore che, pur di vedere il proprio figlio fare strada nello sport, è disposto a tutto. E alla base di questi casi le responsabilità principali vanno ascritte proprio a certi padri, a certe famiglie calate nel mondo delle biciclette oltre ogni limite. A quell'età i piccoli corridori sono spesso accompagnati, assistiti, se non allenati, da certi papà factotum che darebbero tutto per avere un piccolo Froome in famiglia. E i gruppi sportivi, che già fanno fatica a controllare il comportamento dei professionisti (vedasi il caso di Pirazzi e Ruffoni alla vigilia del Giro), non possono certo ipotizzare di mettere sotto controllo tutti i loro atleti. Soprattutto se si tratta di piccole società. E comunque, se anche l'avviamento al doping in età così precoce dovesse essere favorito da qualche tecnico, dirigente o medico, la colpa sarebbe comunque di genitori sprovveduti. O consenzienti.