Eder, l'oriundo ritrovato che il Brasile rimpiange

La Seleçao fuori dalla coppa America, noi avanti con il suo gol. Sfatando la cabala del 17

Il Brasile è fuori dalla coppa America. L'Italia va agli ottavi dell'europeo. Che c'entra? C'entra un sacco, un sacco bello perché il brasileiro nostrano, Eder Citadin Martins, in arte Eder e basta, ha segnato il gol alla Cesarini, ultimi respiri, ultimi tremori e una combinazione impossibile e improbabile, (assist da touche di Chiellini-ennesima crapata di Zaza), ha spedito l'Italia in paradiso. Renato Cesarini era un argentino, meglio evitare provocazioni di patriottismo.

Il football non ha logica, non ha spiegazioni scientifiche, vive di caso e di favola. Eder è reduce da un piccolo calcio, Empoli, Frosinone, Brescia, Cesena, Sampdoria e, per ultimo, da gregario, riserva all'Inter di Mancini, polvere, roba piccola, totale di un gol, grigio di periferia.

Ma a Conte questo basta, basta la fame, basta la voglia di reagire, di smentire gli avvisi di garanzia e le sentenze: Eder, dunque, più di qualunque altro, comunque lui, non bellissimo ma tosto, non spettacolare ma efficace, come gli altri della scolaresca, non ci sono secchioni, nemmeno gente capricciosa, palla lunga, a volte anche corta, e pedalare, una squadra con i coglioni, ha detto Giaccherini per rendere bene la sostanza, a differenza della squadra di coglioni, dico io, che spesso si è esibita negli anni andati.

Il nonno di Eder era un vicentino di Nove, una città, un numero, quasi un destino. Come il 17 sulla maglia che l'ha fatto segnare di venerdì 17. Gli anni erano bui, la famiglia fece bagagli alla ricerca dell'isola del tesoro, era il Brasile, baci e lacrime per nonno Battista e via oltre l'oceano. Chiamansi oriundi, fanno parte dell'almanacco del calcio e dello sport italiano, in qualunque disciplina, dall'atletica al rugby, al tennis. Lo erano Luisito Monti e Mumo Orsi, lo era, lo è, Mauro Camoranesi, roba buona divenuta campione del mondo. Con gli oriundi abbiamo uno strano rapporto, stampiamo passaporti falsi, frughiamo negli archivi di borghi sperduti pur di scoprire antenati antichissimi, poi li trattiamo quasi con fastidio, sopportandoli non potendo fare altro.

«Sì, sono un oriundo, ma questa è una storia vecchia. Mezza italia è a favore, mezza no, ma io resterò sempre tale». Eder non ha il censo dei sopra citati, non può esibire titoli, coppe, riconoscimenti, sperava di avere trovato l'oro a Milano ma all'Inter si è ritrovato con le tasche vuote, ridotto al ruolo di bidello, Mancini gli ha preferito altri titolari, un gol in tutto, dunque poco, pochissimo, quasi nulla.

Si poteva immaginare, allora, che la nazionale potesse, anzi dovesse essere uno scherzo al quale non credere, nemmeno tra i parenti più stretti. Anzi già si scriveva che, con l'arrivo dei cinesi all'Inter, Eder avrebbe disdetto il contratto di affitto e ripresa la strada verso chissà dove, Brescia, Cesena, Frosinone, Genova, l'America, la Turchia, altro.

La nazionale vale tutto, è il massimo per un calciatore, da qualunque parte egli provenga, da una città che è l'ultimo morso del Brasile prima che spunti la terra uruguagia, da un passato che non ha avuto luci di ribalta ma di seconda e terza fila. Questa è la chiave per entrare a casa Italia, nella nazionale di Conte, in assenza di vedette escono gli uomini, esce la sorte che finora è stata felice dopo alcuni scherzi maligni. Non è il caso di trionfare, l'Italia è agli ottavi, grazie a un trentenne venuto da lontanissimo, sconosciuto al popolo europeo che da ieri ha capito alcune cose, ha capito che, in fondo, questi italianuzzi sono sempre gli stessi, bastardi, fortunati, furbi ma, finalmente, normali. Basta crederci, senza pensare di essere fenomeni. Italiani, basta. E avanza.