Elogio delle lacrime olimpiche, simbolo della grandezza umana

Riscattano quelle versate per gli attentati vili di questi anni

Elena Gaiardoni

Se dovessimo scegliere un simbolo per raccontare in un solo segno il sentimento collettivo di questo millennio, sceglieremmo una lacrima. Non lo faremmo per raccontare la fragilità, ma il coraggio. Qualcuno potrebbe cinicamente ridere a questo punto, perché se c'è un'espressione che nel concetto odierno di virilità è sinonimo di viltà e di vergogna quella è il pianto. Eppure il più bel volto che incarna lo spirito olimpico è il volto di un uomo e di una donna che piangono per lo sforzo, la gratitudine, l'incredulità della vittoria. Il pianto è grandezza umana, di più, è titanismo del bambino che in noi non finisce mai di mettere alla prova i suoi limiti.

Lacrima: luce della sfida e della potenza del corpo, del fuoco della volontà e della lotta contro il tempo e lo spazio, goccia, come l'acqua e il sudore, che dall'occhio cade verso la bocca quale autoalimento che muscoli, tendini, ossa creano e riassorbono, e la lacrima solca la guancia in una riga che un dito invisibile incide. Salata, come la vita, come il tripudio di un traguardo. In una lacrima l'antica Olimpia è ancora qui, tra noi, nell'abbraccio di eroi-atleti che come gli eroi della grande epica, da Ulisse, a Achille, a Agamennone, non si vergognano di piangere, perché il pianto anticamente non sminuiva il carattere ardimentoso del vir, ma al contrario lo rafforzava. A chi di noi verrebbe in mente di dire di un atleta che raggiunge il podio: ma non si vergogna di piangere? A nessuno. Come a nessuno verrebbe in mente di dire che gli sconfitti sono vigliacchi se piangono. In entrambi i casi in noi c'è comprensione: sentiamo il supremo orgoglio dell'essere unici e la sofferente umiliazione di essere messi da parte. Il pianto è il sentimento unanime che fa di un solo uomo l'umanità intera. Le lacrime alle Olimpiadi sono al pari del sorriso il più alto tributo alla felicità e alla rabbia, eguagliano in un'unica forza l'uomo e la donna. Sono virilità e femminilità fuse in una sola onda.

Dobbiamo ringraziare le Olimpiadi per insegnarci questo, perché in quell'isola, nel villaggio olimpico di Rio, le lacrime elevate a bellezza riscattano tutte le lacrime versate in questi anni per le morti falciate da attentati vili, dove i guerrieri non hanno la forza di combattere ad armi pari, ma puniscono con la morte gli innocenti, per vendicarsi della morte che è già dentro loro stessi, guerrieri non come Ulisse, la cui ultima follia era proprio il pianto, guerrieri la cui ultima follia è la bassezza di succhiare come vermi cadaveri senza lacrime. Le lacrime delle Olimpiadi sono mani coraggiose che prendono tutte le lacrime piante (notiamo che il femminile di pianto è pianta, quindi natura, vita) per l'umanità colpita, ferita, umiliata da chi non ha umanità, e le elevano sul podio del coraggio di vivere, del coraggio di perdere e di vincere come eroi dal volto antico. Sul braciere di Rio le lacrime degli atleti e quelle delle vittime del terrorismo intonano il canto epico della nostra mediterranea civiltà.