Federer eroe globale L'Italia s'inchina felice

Roger soffre ma piega Fognini e porta la Svizzera in finale E i tifosi azzurri, fan anche del Mito, festeggiano comunque

nostro inviato a Ginevra

«Salve, mi chiamo Michele, vengo dall'Italia. E sono qui per vedere Federer». La semifinale di coppa Davis era cominciata così alla stazione di Ginevra, e sarebbe stato tutto normale se in campo però non ci fosse stata l'Italia. Ovvero la nazione per cui Michele avrebbe dovuto essere a Ginevra. È andata così insomma, soprattutto è finita come doveva andare perché Roger Federer ha battuto Fabio Fognini - questa volta un buon Fabio Fognini - come da pronostico: tre set a zero (6-2, 6-3, 7-6) in cui il Re ha dovuto sudare 1h e 59'. E, come ha detto Fabio, «ci sono stati momenti in cui ho giocato meglio io rispetto al giocatore che ha fatto la storia del tennis». L'eroe.

Perché alla fine il sunto è questo: con Michele sugli spalti, oltre a 18mila svizzeri, c'era pure qualche centinaio di italiani con la maglia azzurra ma il cappellino targato RF. Contenti in fondo che alla fine il Mito abbia adesso la possibilità di vincere l'ultimo trofeo mancante alla sua incredibile carriera in finale contro la Francia a Lille (21-23 novembre). Tifosì sì dell'Italia, ma incantati dai gesti bianchi di RF, magari a volte un po' arrugginiti dai suoi 33 anni ma sempre unici. Tifosi dell'eroe trasversale di un'epoca che non produce più grandi eroi e contenti anche nel giorno in cui Federer ha giocato così così. E dunque, quando i compagni svizzeri lo portano in trionfo, Roger ha migliaia di occhi solo su di lui, a Ginevra, in Italia, nel mondo. Perché Federer è un marchio, un'icona, un personaggio, perfino di vignette umoristiche elvetiche - strano a dirsi - che lo rappresentano sul monte Rushmore con gli altri grandi della Terra ma pure perennemente maltrattato dalla moglie Mirka in preda a delirio da shopping. Federer dappertutto - lui che secondo chi lo trova troppo perfettino doveva essere finito da almeno tre anni -, anche nei selfie di compagni, avversari (sì, pure Fognini) e tifosi, perché non si è mai sottratto neppure a questo, qui a Ginevra. E il più geniale è quello del suo fan che si è fatto la fotografia con lui e ha twittato: «Io e quest'uomo abbiamo vinto 17 tornei dello Slam».

E allora è logico che Roger Federer abbia aspettato la fine dell'ultimo inutile match della sfida con l'Italia (per la cronaca Seppi ha battuto Lammer 6-4, 1-6, 6-4 per il 3-2 finale) per presentarsi in sala stampa, leader di una squadra che senza di lui non è più tale. Perché è vero che Wawrinka è il numero 4 del mondo, ma non è Roger Federer e non lo sarà mai. Così, mentre Fognini si faceva i giusti complimenti promettendo di voler migliorare presto il servizio («Ha deciso quello in fondo»), mentre Barazzutti raccontava soddisfatto di una squadra diventatata ormai grande («Siamo tra le prime 4 del mondo con merito, ora dobbiamo sperare che la pattuglia di giovani che è dietro questi ragazzi maturi prima possibile»), ecco arrivare Roger, con quell'aria e quell'aurea che lo accompagna nel suo percorso tennistico, bombardato dalle domande dei giornalisti perché appunto la squadra, la Svizzera, è lui: «Quest'anno però abbiamo passato tanto tempo insieme, siamo stati presenti fin dal primo turno e dunque abbiamo creato il feeling giusto. Abbiamo battuto l'Italia che è una squadra piena di talento, abbiamo conquistato la seconda finale nella storia del nostro Paese». Abbiamo dice, ma quando gli chiedono della superficie su cui preferirà giocarsi la Davis, lui parla da solo: «Non è un problema mio, la Francia faccia quello che vuole. Io, come sapete, ho una mentalità vincente. E andrò lì per vincere». Cose che, lui lo sa, nel caso faranno contenti anche i francesi.