Fischio, "Strunz", Juve, Diavolo e acqua santa: gli 80 anni del Trap

Nel giorno di San Patrizio, il 17 marzo, compie 80 anni Giovanni Trapattoni, l'allenatore più vincente della storia del calcio italiano. Uomo simbolo di un calcio pane e salame dove vincere non era importante, ma l'unica cosa che conta(va)

Il 17 marzo non è un giorno qualunque. È San Patrizio, ma soprattutto si festeggia il compleanno del più grande allenatore italiano del dopoguerra: Giovanni Trapattoni. Oggi il "Trap", come lo hanno sempre chiamato tutti, compie 80 anni. Un traguardo importante, a cui l'ex ragazzo cresciuto in una povera ma orgogliosa famiglia di Cusano Milanino si è avvicinato diventando protagonista sui social, realtà che mal si adatterebbe a un anziano signore che, da qualche anno, si è arreso alla pensione. Forse. Perché in realtà, conoscendolo, Trapattoni sfuggirebbe volentieri alla "dittatura casalinga" della moglie Paola, sua inseparabile compagna dal 1960. Quando c'è di mezzo il "Giuanin" - come lo chiamava il suo secondo padre Nereo Rocco ai tempi del Milan - meglio non dare niente per scontato. Come direbbe lui, "Non mettiamo il carro davanti ai buoi, ma lasciamo i buoi dietro al carro".

Il soldato tedesco e il pallone nel Seveso

Trapattoni trascorre la sua infanzia a Cusano Milanino, paesotto lombardo che è spaccato in due: da una parte c'è Cusano, terra di contadini e letame, dall'altra Milanino, terra di "gran signori" i cui bambini fanno pesare le loro origini con i coetanei, a scuola come in strada, a messa come al campo dell'oratorio. Il primo ricordo di Trapattoni risale a quando aveva 4 anni. È il 1943 e un soldato tedesco, durante l'occupazione, lo prende in simpatia. "Wie heisst du?". "Come ti chiami?", gli chiede più volte prima che Giuanin, finalmente, trovi il coraggio di rispondergli: "Gianni", e gli fa il segno del quattro con le dita. "Ich bin Rudy", la risposta del soldato. Che dopo avere conquistato la fiducia del piccoletto, mette la mano nella tasca interna della giacca e tira fuori qualcosa. Come racconta lo stesso Trapattoni nel suo libro Non dire gatto, scritto con Bruno Longhi, è una gustosa tavoletta di cioccolato.

La famiglia Trapattoni, originaria della Bergamasca, vive con altre 11 famiglia in una grande cascina: si chiama "La Bernasciola". Papà Francesco lavora alla Gerli, un'azienda di Cusano che produce seta artificiale. Come ogni bambino, Giuanin attende con ansia il ritorno dal lavoro del padre. Uomo tutto d'un pezzo, gran lavoratore che finito il turno in fabbrica va a falciare l'erba per i contadini che hanno bisogno di aiuto. Altri tempi, altri uomini. Il piccolo Trap è curioso, affascinato da tutto, in particolare dal modo con cui papà lo chiama a casa quando è pronto da mangiare. Dalla bocca di papà, austero e gran lavoratore, esce uno strano sibilo prodotto dalla particolare combinazione tra fiato e dita: un fischio! Lo stesso che diventerà poi il suo marchio di fabbrica.

Giuanin studia, e non potrebbe essere altrimenti. La famiglia lo spinge ad andare a scuola, unico mezzo di riscatto dalla miseria. Ma al Trap piace anche, e soprattutto, giocare a calcio. Prima in strada, poi sul campetto dell'oratorio a due passi dalle rive del Seveso. Quanti palloni finiti nel fiume, quanti derby tra i bambini di Cusano e quelli di Milanino. Partite che sembrano non finire mai, dove l'arroganza del denaro lascia il posto al talento con il pallone tra i piedi. Il Trap, di talento, ne ha da vendere. Con un altro ragazzino, Sandro Salvadore, scala rapidamente le gerarchie del calcio giovanile milanese fino ad approdare al Milan. In realtà Giuanin è juventino, ma l'approdo al calcio "vero" - anche se solo a livello di vivaio - gli fa mettere da parte ogni velleità di tifo.

Il "triste" esordio nel Milan e l'amicizia con Rocco

Trapattoni è un mediano, un "4" come si diceva ai tempi. Dura la vita del mediano: bisogna correre senza fermarsi mai, curandosi dell'avversario da marcare - rigorosamente a uomo - e provando a recuperare più palloni possibili. Giuanin non è un fenomeno, ma in campo ha una voglia di spaccare il mondo, una fame agonistica che arriva presto ad aprirgli le porte della prima squadra rossonera. Il Milan è una società seria che pensa alla crescita dei suoi ragazzi, non solo calcistica ma anche culturale. Un professore porta Trap e compagni in giro per la città a caccia di bellezze storico-architettoniche tra la Pinacoteca di Brera e il Duomo. Per le bellezze più "carnali" ci sarà tempo. Non che a Milano mancassero i "tabarin", luoghi pullulanti di tentazioni. Ma Giuanin ha in testa solo il calcio. Il Milan se ne accorge e lo fa esordire con i grandi nella partita di Coppa Italia con il Como.

È la fine di giugno del 1958, il Trap ha solo 19 anni. Papà Francesco non ha mai visto di buon occhio la sua passione per il calcio. Ma a sorpresa, dopo la partita, viene a sapere da amici e colleghi del debutto del figlio in maglia rossonera. Lo aspetta in cucina e al suo ritorno, lapidario, gli dice: "Questa volta dovevi dirmelo. Io non avrò la fortuna di vederti ancora". Subito Giuanin non capisce ma 72 ore dopo ecco la spiegazione: il padre muore stecchito. "Di infarto", racconta il medico. Per la famiglia Trapattoni è uno choc. Mamma Romilde, donna di vecchio stampo tutta casa e chiesa, non sa dove sbattere la testa. Ma suo figlio è forte, farà strada in campo e nella vita. Anche se nei giorni successivi alla scomparsa del padre l'idea di Giuanin è di tornare a lavorare nell'azienda di cartotecnica dove aveva iniziato a 14 anni. Il Milan capisce la situazione e gli aumenta lo stipendio.

Intanto il Trap continua la sua marcia di avvicinamento al calcio che conta. Nel 1960 un'occasione d'oro: le Olimpiadi di Roma e il torneo calcistico riservato alle nazionali militari. Giuanin ne fa parte. Merito della coppia che di lì a poco avrebbe fatto le fortune del Milan: Gipo Viani e Nereo Rocco, allenatore e direttore tecnico. I Giochi riservano al Trap la prima delusione calcistica della sua vita. L'Italia pareggia in semifinale con la Jugoslavia. Non può finire 1-1: sorteggio con la monetina. Gli azzurri lo perdono, ma l'amaro dell'eliminazione viene compensato dal gusto dolce dell'amore. Durante un'uscita insieme all'amico Bulgarelli, il Trap abbandona la sua proverbiale timidezza e si fa avanti con una ragazza romana, Paola. 59 anni dopo, la coppia è ancora coesa. Con Rocco, tra coloro che inventano il gioco all'italiana tutto catenaccio e contropiede, si forma subito un bel feeling. Che vive una seconda, felice fase al Milan dove l'allenatore triestino sbarca nel 1961 con l'obiettivo di tornare a vincere il campionato dopo un 2° e 3° posto. Rocco "Rock", figlio di macellai, è uomo pragmatico e sanguigno. Merito del vino che non manca mai alla sua tavola. È il Milan di Ghezzi e Maldini, Lodetti e Rivera, Altafini e Trapattoni. José è un matto, quello che oggi si chiamerebbe uomo spogliatoio. Un giorno si toglie i vestiti e si infila nell'armadietto di Rocco. Il tecnico lo trova socchiuso, fa per aprirlo e... "Bauuu!".

Il tecnico rossonero si spaventa, poi una risata liberatoria, bestemmia in dialetto e solito, bonario rimprovero: "Bruto mona, te me fa vegnì l'infarto". Altri tempi, ma quante vittorie: Nel biennio 1962-1963, arrivano uno dopo l'altro scudetto e Coppa dei Campioni, la prima di una squadra italiana. 22 maggio 1963, Wembley, il Milan affronta il Benfica della "pantera nera" Eusebio. La squadra portoghese è campione in carica e nel primo tempo, complice le marcature sbagliate disposte da Rocco, i rossoneri vanno sotto. È lì che Maldini e compagni decidono di fare da soli, con il Trap a marcare Eusebio. Il risultato? Non tocca più un pallone, mentre il Milan ribalta il risultato e festeggia la vittoria con una serata indimenticabile: chi a base di champagne, chi di vino rosso. Eusebio è un cliente difficile, ma Giuanin è abituato a vedersela con avversari di altissimo livello. Era successo qualche giorno prima nell'amichevole di San Siro tra Italia e Brasile: davanti agli azzurri la sagoma inconfondibile della "perla nera" Pelé. L'asso del Santos gioca appena 26 minuti e non vede palla. Trapattoni ha scritto: "Io ero solo un muratore, lui un demone della creatività".

Da calciatore ad allenatore: il decennio juventino

Quasi tutta la carriera da calciatore del Trap si svolge con la maglia rossonera. Gli è cucita sulla pelle e non potrebbe essere altrimenti, un po' per il rapporto con il suo secondo padre Rocco e un po' per riconoscenza alla squadra che aveva strappato lui e la famiglia alla "felice povertà" di Cusano Milanino. Negli anni Sessanta il mediano lombardo si toglie altre soddisfazioni, in particolare la Coppa Campioni 1969 stravinta 4-1 - tripletta di Pierino Prati - contro il giovanissimo Ajax di Johan Cruijff. Ma il vento sta cambiando e il calcio totale olandese sta per soppiantare definitivamente l'ormai sorpassato calcio all'italiana. Con il catenaccio inventato da Foni e plasmato dagli arcirivali Herrera e Rocco tramonta anche Trapattoni, ormai schiacciato dal peso degli anni e dalla paura dell'infarto. Proprio così, ogni tanto il cuore del Trap si ferma. Lui si "caga" sotto e dopo 10 presenze nel Varese, stagione 1971/1972, decide di appendere le scarpette al chiodo. Vuole fare l'allenatore.

Rocco mantiene la promessa di richiamarlo al Milan. Diventa il vice del suo vice, Cesare Maldini. Sono anni difficili per il club rossonero, tra cambi di presidenza e risultati che non arrivano. A un certo punto il Trap, suo malgrado, si ritrova a guidare la squadra un infausto giorno del 1973. È il 20 maggio e il Diavolo va in trasferta nella "fatal" Verona per l'ultima giornata di campionato. Bastano 2 punti per laurearsi campioni d'Italia. Rocco è squalificato e Maldini ha un problema di salute. Chi va in panchina? Trapattoni. Che assiste a un clamoroso 5-3 che spegne per sempre i sogni di scudetto del pubblico rossonero. Con le casse di champagne già pronte nello spogliatoio che rimangono lì. "Che fossero state quelle a portare sfiga?", si è chiesto ironicamente il Trap.

La cui carriera da allenatore inizia di fatto quel triste giorno, anche se il suo primo vero ruolo da tecnico risale al 1974 quando il Milan gli chiede di prendere il posto di Maldini. Lui accetta con senso di responsabilità, portando la squadra in finale di Coppa Uefa (persa contro il Magdeburgo). L'anno successivo fa un passo indietro e torna a fare l'allenatore in seconda, stavolta di Giagnoni. Altro esonero e altro subentro in corsa, ma non c'è spazio per i miracoli e in campionato il Milan arriva solo 7°: un'ecatombe. Poi, il 25 maggio 1976, riceve una strana telefonata da un amico giornalista di Torino. "Tra una settimana ti richiamo, grosse novità in vista". Il Trap ci crede e non ci crede, stringe la mano al presidente atalantino Bortolotti e si appresta a ricominciare da Bergamo quando l'amico de La Stampa si rivela tale e a casa Trapattoni arriva la telefonata di Giampiero Boniperti.

Il presidente della Juventus sonda la disponibilità dell'ex tecnico rossonero a prendere le redini della Vecchia Signora. Subito il Trap non ci crede. I due si danno appuntamento a un casello dell'autostrada, da cui partono insieme per parlare a quattr'occhi nel podere di Boniperti dove l'ex attaccante, uomo simbolo della Juventus negli anni '50, gli mostra il suo allevamento di vacche. Fatti, non parole. È lo slogan che mette d'accordo i due ex avversari, uniti dalle origini contadine e dalla fame di vittorie. Da quella stretta di mano nasce una delle Juventus più belle di sempre. Tra il 1976 e il 1986 la Vecchia Signora vince tutto, ma proprio tutto. Il Trap dà alla squadra una mentalità vincente. Gli uomini ci sono - tra gli altri Zoff, Scirea, Gentile e Furino, poi Tardelli, Cabrini e Paolorossi tutto attaccato, quindi Bonini, Platini e Boniek - e in 10 anni la bacheca juventina si arricchisce di 6 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa dei Campioni (il maledetto Heysel), 1 Supercoppa Uefa e 1 Coppa Intercontinentale.

L'Inter dei record e la Juve-bis

Ma anche le storie più belle arrivano alla fine. Dopo un decennio di trionfi il Trap sente il bisogno di una nuova sfida. È il 1986 e due grandi presidenti di Serie A lo contattano: Silvio Berlusconi ed Ernesto Pellegrini, Milan e Inter. Trapattoni è uomo di parola: il patron rossonero le prova tutte per strappargli un sì, ma lui si è già promesso in nerazzurro. E infatti diventa il nuovo tecnico dell'Inter. A parte lo scudetto vinto da Bersellini, il club nerazzurro vuole staccarsi di dosso l'etichetta di società ricca ma perdente. Trapattoni comincia dalle fondamenta lavorando sulla testa dei calciatori, alternando a seconda del momento bastone e carota. La squadra è forte ma lo spogliatoio è diviso, spaccato tra personalità forti che vorrebbero il bastone del comando, su tutti Zenga.

Il primo anno termina con un soddisfacente 3° posto, trampolino di lancio per uno scudetto che la stagione successiva potrebbe e dovrebbe arrivare. E invece... Altobelli non arriva a 10 gol in campionato e il giovane belga Vincenzo Scifo fatica ad ambientarsi. Rewind, si riparte da zero. Via Altobelli, dentro Serena (un ritorno) e i tedeschi Matthäus e Brehme al posto del connazionale Rummenigge. La stampa mormola e i tifosi nerazzurri, come sempre, sono pessimisti. Ma l'inizio di stagione è da incorniciare e con il passare del tempo l'Inter è sempre più prima e sempre più da sola. Sarà l'Inter dei record, "La stupenda".

51 punti su 60 disponibili, un trionfo che rimarrà l'ultimo per tanti anni prima dell'era Mancini e del Triplete del vate Mourinho. Nel 1989 Trapattoni ha 50 anni, ha già vinto tutto e forse per questo sono in molti a darlo per spacciato, inevitabilmente travolto dalla "zona" di Sacchi e da un calcio dove le marcature a uomo e il difensivismo diventano marchi di infarmia, orpelli da buttare via. Fatto sta che per una serie di motivi gli anni '90, per Trapattoni, diventano un decennio da dimenticare. Tolta l'esperienza al Bayern Monaco, dove conquista uno scudetto al secondo tentativo e con esso la simpatia del popolo tedesco grazie alla mitica conferenza su Strunz, il Trap non riesce più a vincere: Inter, Juve, Cagliari e Fiorentina. Quattro esperienze non fallimentari ma deludenti, dovute al peggioramento del rapporto con il patron Pellegrini, la folle scaramanzia di Cellino e le bizze di Edmundo.

L'eroina di Moreno e il "biscotto" scandinavo

Con il 2000, sembra iniziare per Trapattoni una nuova fase di successi. Zoff si dimette da c.t. della Nazionale e il presidente della Federcalcio, Nizzola, lo sceglie come suo successore. È un momento felice per il calcio italiano, grazie a una Serie A - drogata dal doping amministrativo - dove giocano i migliori calciatori del mondo e una squadra azzurra ricchissima di talenti, tra gli altri Totti, Baggio e Del Piero. A 20 anni dal Mundial di Bearzot, in Corea e Giappone sembra arrivato il momento di aggiungere una stella allo stemma della Figc. Ma la prima fase del Mondiale viene superata per un soffio e agli ottavi di finale si parano davanti agli azzurri due ostacoli: da un lato la Corea del Sud, dall'altra l'arbitro ecuadoriano Byron Moreno. L'Italia capitola ai supplementari dopo una direzione di gara "cervellotica" e al Trap non bastano il sale e l'acqua santa gettati in campo nel prepartita.

Due anni dopo, stessa storia. Europei in Portogallo, l'Italia se la deve vedere nella fase a gironi con Svezia, Danimarca e Bulgaria. Con i danesi è 0-0, Totti sputa addosso a Poulsen e si prende 3 giornate di squalifica. Con la Svezia è 1-1, Cassano e rete da kung-fu di Ibrahimovic. La vittoria in rimonta 2-1 sulla Bulgaria è inutile, perché il 2-2 nel derby scandinavo elimina matematicamente l'Italia. Quanti dubbi, quanti sospetti. Ma non ci sono le prove. Trapattoni è incazzato come una iena, a distanza di quasi 20 anni non riesce a perdonarsi quanto successo in quel biennio maledetto. A cui seguono però nuove vittorie. Non in Italia, ma all'estero. Nonostante non sia più di primo pelo, il Trap si rimette in discussione accettando le offerte di Benfica, Stoccarda e Salisburgo. In Portogallo e in Austria vince lo scudetto conquistando la simpatia dei tifosi con le sue conferenze stampa battagliere, ricche di giochi di parole e proverbi italiani tradotti in modo maccheronico.

Ancora meglio va Oltremanica. Con Tardelli a fargli da vice, a 69 anni accetta l'incarico di c.t. dell'Irlanda. Terra di San Patrizio, che si festeggia in mezzo a fiumi di birra il 17 marzo, giorno del compleanno di Trapattoni. Quanto basta per far innamorare il popolo irlandese, storicamente povero ma ricco di umiltà e umanità. Proprio come l'uomo di Cusano Milanino che, nel girone di qualificazione ai Mondiali 2010, mette paura all'Italia sfiorando un clamoroso primo posto sfumato per un gol all'ultimo secondo di Gilardino. Poi va a un passo dall'impresa nello spareggio contro la Francia, perso dall'Irlanda a causa di un clamoroso fallo di mano di Henry non ravvisato dall'arbitro. L'ennesimo scherzo che il destino ha fatto al Trap, a cui il diretto interessato risponde accettando di continuare la sua avventura con la Nazionale irlandese portandola agli Europei 2012. Da allora, più per colpa della moglie Paola che per volontà del diretto interessato, il Trap ha detto basta.

Il suo unico rimpianto? Lo ha raccontato nella sua autobiografia. "Vorrei rigiocare i Mondiali del 2002 e gli Europei del 2004. Rigiocarli in un mondo in cui la marca della maglietta non ha importanza, in cui i soldi contano il giusto come sono sempre contati il giusto per me, un mondo in cui l'arbitro non è un poco di buono disposto a vendere sua zia al mercato e in cui i "biscotti" non si cucinano negli spogliatoi ma si mangiano nel latte a colazione. Mi piacerebbe rigiocarli alla pari: 11 ragazzi contro 11 ragazzi. E io in panchina a fischiare, urlare e versare acqua santa. E comunque io, il libro sulla mia vita, non lo scriverò mai".

Tanti auguri Trap!

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Commenti
Ritratto di guga

guga

Dom, 17/03/2019 - 09:58

Ul Trap, il mio modello anni 60, con Maldini senior. Li copiavo, non sono arrivato neanche al loro mignolo!grandi.

Cheyenne

Dom, 17/03/2019 - 16:40

Auguri Trap. Sei stato un grande, ma la massima grandezza è stata lo smentire che avevi bloccato Pelè nella famosa partita Italia-Brasile 3-0, dichiarando la verità: che Pelè vittima di un precedente infortunio camminava a stento.