La Formula 1 piange Bianchi Morto dopo 9 mesi di agonia

Il francese era in coma dallo schianto della sua Marussia contro una gru a bordo pista Il dolore del circus. Massa e Ricciardo: «Ciao fratello». Todt: «Uno dei più talentuosi»

Jules Bianchi se n'è andato. Ha scelto un weekend in cui i motori della Formula 1 sono spenti, come se non volesse disturbare quel circus di cui è stato uno dei talenti più puri, per doti umane e tecniche. Il pilota francese muore nove mesi dopo quel 5 ottobre, giorno in cui durante il Gp del Giappone con la sua Marussia andò a sbattere contro una gru che stava rimuovendo un'altra vettura. Uno schianto choc che fece temere subito il peggio. Bianchi di fatto entrò subito in coma e da allora non si era più ripreso, nonostante il trasferimento all'ospedale di Nizza dove venerdì notte è morto.

Nella tragedia è emersa la dignità di una famiglia che ha scelto di non nascondere fin da subito la situazione compromessa con quella sentenza chiamata «danno assonale diffuso» a conferma del grave trauma cranico. Una lezione di vita fino all'annuncio della morte via social network in cui esprime il «dolore immenso e indescrivibile», ma soprattutto l'affetto di amici, tifosi e colleghi ci ha «dato grande forza e aiutato nei momenti difficili».

E poi l'orgoglio nel sottolineare che «Jules ha combattuto fino all'ultimo come ha sempre fatto». La battaglia è finita pochi giorni dopo lo sfogo del padre, Philippe: «È una tortura quotidiana insopportabile». Bianchi è come se avesse voluto mettere fine a questo dolore e se ne è andato poche settimane dopo l'esordio della virtual safety car a Silverstone, nel gp di Gran Bretagna. Introdotta anche per evitare altri episodi come quello di Suzuka.

Un sacrificio, che almeno dal punto di vista della sicurezza non resterà inutile, in un incidente assurdo quanto incredibile che sollevò polemiche e fa niente che un rapporto della Fia sentenziò che Bianchi non avrebbe «rallentato abbastanza per evitare di perdere il controllo» della sua monoposto. Se anche fosse vero, nessuno ha pagato per i tanti errori commessi prima: un Gp fatto partire nonostante fosse ampiamente previsto l'arrivo di un tifone; una gara non sospesa quando la visibilità era quasi nulla; la safety car non entrata per far spostare con il trattore la macchina di Sutil. Allora Bernie Ecclestone parlò di «sfortuna», e solo ora rimedia parzialmente con un «mai più tragedie come quella di Bianchi».

Una voce in un mare di parole di partecipazione a partire da quella del suo team allora Marussia ora Manor: «Siamo devastati. Ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite». Ma a giudicare dall'infinità di cinguettii di condoglianze e dolore anche nelle esistenze di tanti altri. A partire dalle istituzioni, da Todt presidente Fia: «Uno dei più talentuosi della sua generazione». E poi colleghi dal «ciao fratello» di Ricciardo e Massa alla preghiera di Hamilton. Un solo coro dalla rete: «Eri speciale». Non parole di circostanza, Bianchi nel paddock era davvero benvoluto. Aveva le carte in regola per diventare un campione gentiluomo, la Ferrari l'aveva intuito e l'aveva inserito nella sua Drivers Academy già nel 2009. Il team di Maranello l'ha salutato così: «Per sempre nei nostri cuori». Predestinato a salire su una Rossa e probabilmente ci sarebbe riuscito prendendo il posto di Kimi Raikkonen come ha rivelato ieri l'ex presidente Montezemolo: «L'avevamo scelto per il futuro».

Invece la sua corsa è finita a 25 anni contro una gru che non avrebbe mai dovuto incrociare su una pista di Formula 1. E così il circus 21 anni dopo Ayrton Senna, quel maledetto weekend di inizio maggio del 1994 in cui perse la vita anche Roland Ratzenberger, si ritrova a fare i conti con la morte. Bianchi vittima più che della mancata sicurezza, delle scelte sbagliate. Papà Philippe aveva detto: «Jules non avrebbe mai accettato l'idea di non essere più in grado di fare il pilota di Formula 1». Almeno risparmiata quella che per Jules sarebbe stata una corsa impossibile.