"Gioco poco ma vedrete: presto metterò anch'io l'America nel canestro"

Il fuoriclasse azzurro ora a Detroit è alle prese con l'apprendistato Nba: "Dura la panchina: ma li convincerò facendomi trovare sempre pronto"

Nel suo passato gli anni gloriosi con Roma e soprattutto la carica data alla nazionale durante l'ultimo europeo in terra slovena che lo ha confermato fra i big del basket italiano. Da qualche mese in America a caccia di fortuna sportiva a stelle e strisce con la maglia dei Detroit Pistons, Gigi Datome deve però fare i conti, come aveva ampiamente previsto, con una stagione tutta in salita sia per i minuti giocati che per le soddisfazioni ottenute. La scelta di provare la Nba è infatti per lui solo un punto di partenza e non certo d'arrivo. Per cui tutto calcolato, benché a Gigi non possa far piacere, come avvenuto anche nell'ultima partita - contro i San Antonio Spurs di Belinelli - ritrovarsi ancora una volta fra i dimenticati dallo staff tecnico di Detroit che gli ha solo dato il contentino dei pochi secondi sul parquet in "garbage time". Si tratta di una "esclusiva" Nba, cioè del momento in cui, a risultato deciso, gli allenatori mettono in panchina titolari e riserve e fanno giocare le riserve delle riserve. Per l'appunto: gli eroi del garbage time. In fondo, anche un fenomeno come Kobe Bryant è passato da qui: era la sua unica possibilità per mettersi in mostra agli occhi del coach.

«Sono comunque contento - spiega Gigi -. Si tratta di un'esperienza nuova rispetto al mio passato. Questa decisione mi completa come giocatore e soprattutto mi motiva a fare meglio ogni singolo giorno che passa».

Che effetto fa trovarsi da un giorno all'altro in America a giocare contro i migliori in circolazione?
«È un effetto molto bello, posso dire che ci vuole del tempo per abituarsi ma ne è valsa sicuramente la pena».

Quanto è difficile per un giocatore abituato a scendere in campo e prendersi i canestri più importanti aspettare il suo momento dalla panchina?
«Non è facile, ma sin dall'inizio sapevo a che cosa sarei andato incontro. Questo è il motivo principale per il quale ho voluto firmare un biennale. Voglio darmi il tempo di capire e adattarmi a questa nuova realtà prima di trarre ogni tipo di conclusione».

Detroit in America è una città alquanto particolare se pensiamo alla recente bancarotta e alle difficoltà economiche dell'industria dei motori, lei come si trova?
«Bene, nel senso che il mondo Nba ti separa dalla realtà di ogni giorno. Sei spesso in palestra o in aereo in trasferta. Non c'è davvero molto tempo da spendere in altro modo».

Negli Stati Uniti lei è il quarto italiano dopo Bargnani, Belinelli e Gallinari: che rapporto ha con i connazionali?
«Direi buono, ci sentiamo spesso».

Quanto le manca Roma?
«Parecchio, Roma è una seconda casa, se non addirittura la prima. Ci siamo lasciati bene, perché loro hanno capito benissimo la mia scelta di voler provare qualcosa di nuovo e completamente diverso».

Quando si aspetta i primi progressi a livello di minutaggio e soddisfazioni?
«So che la chiave è farsi trovare pronti non appena arriva l'occasione giusta. Fino a quel momento non farò altro che continuare a lavorare in palestra consapevole delle mie possibilità».

Con la nazionale dopo la Slovenia come vi siete lasciati?
«Bene, siamo un gruppo giovane in crescita che ha dimostrato di poter giocarsela con le grandi. Il potenziale è tutto dalla nostra parte».