Giaccherinho e Pellinho i gioielli di Conte e dell'orgoglio azzurro

Uno è tornato a casa per ritrovare l'Italia, l'altro invece è dovuto emigrare per esplodere

dal nostro inviato a Montpellier

Ora che il Brasile non va più di moda (cocente l'eliminazione nell'ultima coppa America per la Seleçao), tornano in auge i soprannomi verdeoro per i nostri azzurri. Giaccherini torna per una sera a essere Giaccherinho, Pellè non rimpiange più - come lamentava dopo la partita amichevole del 13 novembre con il Belgio - di non essersi chiamato Pellinho. Nel giorno dell'orgoglio azzurro, i due hanno risolto la nostra partita d'esordio agli Europei e oggi si prendono, come il resto del gruppo, gli elogi di tutti gli addetti ai lavori, francesi compresi.

Insieme a Bonucci (19 presenze su 20), sono i fedelissimi di Conte. Giocatori difesi dal ct anche nei momenti bui. Anche se l'attaccante vanta una media di quasi un gol ogni due gare giocate e Giak, dopo l'esilio in Inghilterra che lo aveva allontanato dall'azzurro, si è ritrovato a essere uno dei punti fermi della truppa camaleontica di Conte.

Il giorno dopo l'impresa di Lione (nella stessa città, ma nel vecchio stadio Gerland, proprio un brasiliano, il romanista Mancini, inventò la capoeira che diede il là a un'altra impresa, stavolta giallorossa) Graziano Pellè deve fare i conti con una microfrattura al mignolo della mano sinistra e con una contusione al piede destro. Nessuno dei due infortuni preoccupa, tanto più che l'attaccante del Sunderland ha continuato a giocare contro il Belgio, segnando in mezza rovesciata. Facendo riavvolgere il nastro della memoria fino al giugno del 2000, con la prodezza che Conte fece da calciatore in un altro esordio agli Europei, stavolta contro la Turchia. «Datemi due occasioni e un gol lo faccio di sicuro», ha ripetuto per mesi la punta che è dovuta emigrare in Olanda e in Inghilterra per ritrovare la maglia azzurra. Il Cary Grant della Nazionale, come è stato ribattezzato, si chiama Graziano in onore del Ciccio cannoniere del Toro e della Roma e campione del mondo 1982. Dalla sua fidanzata Viky, modella di origini ungheresi e una delle Wags più popolari degli europei, è talmente inseparabile che lei in tribuna a Lione si è portata un bambolotto gonfiabile con il volto del fidanzato.

Emanuele Giaccherini, che invece ha dovuto fare il percorso inverso (dalla Premier alla serie A) per riprendersi l'azzurro, ha vissuto una notte di rivincite su chi l'aveva criticato e ha indicato la strada da seguire ai compagni di squadra. Testa bassa e pedalare, come dice dall'arrivo a Montpellier il suo ct, per poi alzarla e battere in uscita Courtois. Il percorso del "piccoletto" di Talla, paesino di 1000 abitanti in provincia di Arezzo, verso questo europeo è stato tortuoso, ma la fiducia quasi incondizionata di Conte nei suo confronti è stata ripagata con una prestazione maiuscola. Ha sbagliato un controllo a metà del primo tempo, non perfezionando il recupero della palla dopo un buon ripiegamento diversivo.

Ha imprecato, ma alzando lo sguardo ha incontrato l'applauso convinto del ct che aveva apprezzato la sua "lettura" tattica. Poi il gol a uno dei portieri migliori del mondo. Cosa poteva chiedere di più il "must-have", ovvero il jolly indispensabile della squadra. «Se sono tornato Giaccherinho? Spero di sì, anche se io mi metto a disposizione della squadra - così il centrocampista del Bologna -. Lo spirito era quello di non mollare un centimetro e il campo ha detto che noi non l'abbiamo fatto. Garantisco che vedrete sempre undici, anzi 23, uomini avvelenati». Il suo urlo dopo il gol ha ricordato quello grintoso di Tardelli nella finale Mundial. Un urlo che anche Conte sogna di ripetere a fine torneo. «Io e l'Italia siamo sottovalutati, sarà bello stupire tutti», aveva detto il Giak pochi giorni prima di partire per la Francia. E la dedica al nonno, «che mi ha sempre seguito e ora lo fa da lassù», è la classica chiosa di una notte da bravi ragazzi. Perché nel gruppo di Conte non si è solo duri e cattivi.