Gran casino al casinò. E Rosberg gode

Hamilton domina, la Mercedes inventa un inutile pit stop e lascia campo libero al tedesco. Vettel ringrazia: secondo

nostro inviato a Montecarlo

Adesso mettiamo da parte la sacrosanta soddisfazione nazionalpopolare per la Rossa felicemente e inaspettatamente seconda in quel del Principato con il tedesco più amato d'Italia che urla il solito «krande Ferrari, krazie ragazzi». Mettiamo da parte questo moto di giubilo e, lucidamente, domandiamoci: ma che casino senza accento è andato in scena nella patria dei casini con l'accento? Se la F1 cercava uno spot worldwide per dimostrare ai giovani che trattasi di sport bello, grande e succoso, ha scelto il modo peggiore: facendosi del male con il più doloroso degli harakiri. Ha infatti privato di una vittoria già in tasca chi aveva meritatamente dominato in lungo e in largo l'intero week end: Lewis Hamilton. E premiato chi aveva fin lì toppato: il suo compagno Rosberg. Che ora gongola con il terzo centro di fila. Cosa riuscita in passato a gente come Senna, Prost e Graham Hill. L'ingiustizia in questione è stata commessa dalla Mercedes quando ha richiamato Lewis ai box a 13 giri dalla bandiera a scacchi, mentre il ragazzo era leader incontrastato della corsa davanti a Rosberg e a Vettel.

Il casino nella patria dei casinò è andato in scena perché questo è uno sport allo sbando. E i giustificativi in materia abbondano. È allo sbando visto che si è scoperto incapace di regalare spettacolo senza alchimie regolamentari tipo le gomme da cambiare, le mescole da domare, i consumi da centellinare. È allo sbando perché i team vanno in cortocircuito con le strategie ormai unico modo per garantire sorpassi; e perché non esistono più i veri uomini e i veri piloti di un tempo. Prendete l'harakiri del povero Lewis. Il team gli ha subito chiesto scusa, «abbiamo sbagliato noi», ma l'inglese non è esente. La squadra l'ha richiamato quando, dopo l'incidente di Verstappen, era partita prima la virtual safety car (l'alert sul cruscotto che impone di andar piano) e poi la safety vera. In quel frangente Lewis, anziché mandare a quel paese l'intero muretto come avrebbero fatto i Lauda, i Prost e anche il suo mito Senna, ha ubbidito. Non solo. «Credevo che anche altri, compreso il mio compagno, avessero cambiato gomme dietro di me, per cui ho segnalato che temevo un calo di resa e loro mi hanno detto di rientrare». Concorso di colpa. Tra un team che non sa dire di no al pilota e un pilota che non sa dire di no al team. Fatto sta, è rientrato prima affiancando Vettel e poi accodandosi recalcitrante mentre il tedesco gli gesticolava «sta dietro».

Si diceva anche dell'incidente di Verstappen che ha dato il via a questo siparietto suicida. Per qualche giro il 17enne della F1 ha fatto il diavolo a quattro. Poi ha schiacciato il pulsante del suo joystick, tamponando Grosjean e andando a schiantarsi a St Devote. Vent'anni fa sarebbe morto. Ora è già lì che gioca di nuovo con la playstation. Ma sempre 17enne rimane. Parliamone.

Se non altro il casino nella patria dei casinò ci ha regalato la soddisfazione grande di una Ferrari che, pur recriminando per Raikkonen toccato e pirlato da Ricciardo (Daniel ha dovuto cedere la posizione, ma al compagno Kvyat che poco dopo l'aveva fatto passare apposta, dunque diabolico il muretto Red Bull), porta a casa un secondo posto che vale oro. «Diciamo che in Mercedes sono stati arroganti e che, certo, loro sono intelligenti e hanno una macchina più forte della nostra, ma stavolta noi siamo stati più furbi...» ha detto sornione il team principal Ferrari Maurizio Arrivabene. Per la verità Arrivabene ha detto anche dell'altro. A Ecclestone che l'aveva criticato («è un nuovo personaggio solo per se stesso, non per la F1») ha ribattuto secco: «Mi tolga pure il pass... Io non cambio».