Hubner, 50 anni da bisonte del gol «Io re dei bomber con i catenacciari»

«Sfiorai Inter e Milan, ma non ero personaggio... E vinsi col Piacenza»

Mezzo secolo da bisonte, oggi. I riccioli e il pizzetto sono brizzolati, Hubner fa il casalingo e aspetta una panchina.

Dario, ma quel cognome da dove viene?

«Dal nonno paterno, tedesco, di Francoforte: si trasferì a Trieste, neanche l'ho conosciuto».

Da professionista ha girato 10 squadre. Partì dalla 1ª categoria, alla Muggesana, mentre faceva il carpentiere.

«A 18 anni lavoravo l'alluminio per le finestre. A Trieste si vendevano bene, riparano perfettamente dalla bora».

Assieme a Igor Protti, è l'unico capocannoniere in serie A, B e C.

«Al Fano, in C1, mi bastarono 14 gol: si giocavano meno partite, rispetto a oggi».

E perchè si segna tanto in A?

«Con i 3 punti, le squadre cercano di vincere, molte si sbilanciano. Un tempo, Brescia e Piacenza a San Siro stavano rintanate per 85', adesso contro il Milan anche le provinciali fanno un'azione a testa».

Lei quando diventò il bisonte?

«A Cesena. Furono i tifosi, per il modo in cui correvo, ingobbito. Per tanti divenni Tatanka, la traduzione in lingua sioux, basta guardare il film Balla con i lupi. Vinsi il titolo cannonieri in B con Maciste Bolchi allenatore».

A Brescia giocò con Baggio

«Che non era più al top. Mi rimase impresso Pirlo, già fenomenale a 20 anni, per il tocco di palla e l'intelligenza. E poi ricordo Filippo Galli, l'esempio: a 35 anni aveva un carattere allucinante, un computer: ecco perchè restò tanto al Milan».

Lei a 34 anni passò al Piacenza, per 6 miliardi. Capocannoniere con 24 gol, assieme a Trezeguet.

«Il più anziano, sino al 2015. Poi vinse Toni, 38enne con il Verona. Il gol più bello fu il 3-0 proprio all'Hellas di Malesani, retrocesso. Ci salvammo e vinsi il titolo, scartando Ferron».

Passò fra i dilettanti e continuò a segnare sino ai 44 anni, quello è il vero primato. Ma da allenatore perchè non emerge?

«Sono stato due anni in Eccellenza, ora ho fatto il master, per migliorare. Sono fermo: fossi più personaggio, avrei maggiori chances, ma non ho mai voluto diventarlo».

E chi è l'Hubner di oggi?

«Belotti, perchè ha voglia di lavorare sempre. Non amo chi si guarda allo specchio e va sul telefonino. Corre, dà e prende le botte. Ieri mi piacevano Elkjaer, Rummenigge e Skuhravy. L'ideale era Boksic, alla Lazio, per la velocità».

Il più grande difensore?

«Nesta, pure alla Lazio. Anticipava, senza strattonare».

Lei perchè non ha mai giocato in una grande?

«Arrivai tardi al grande calcio, a 30 anni pensavano fossi finito. Nel 2002, Ancelotti mi portò in tournèe, avrei fatto la terza punta, ma il Milan non aveva giovani d'interesse per il Piacenza. Ma già nel '94 sarei arrivato all'Inter, se Delvecchio avesse accettato il Cesena».

E la storia del fumare e bere?

«Cavolate. Bevevo grappa ogni tanto, dopo cena. E un'ora e mezza prima della partita una sigaretta per rilassarmi, nel sottopassaggio, al posto di massaggi o musica: adesso ne fumo 15 al giorno, sono 88 chili, ma ricomincio a giocare. A tennis».