La Juve a Siviglia senza Higuain e con tanti guai

Troppi problemi muscolari, ma anche disciplinari. E la Spagna sarà una tappa decisiva

Non sarà una bella gita. Niente Dybala. Niente Pjaca. Niente Barzagli. Niente Benatia. E niente Higuain. La Juventus è a pezzi, si piega ma non si spezza almeno così dice la propaganda bianconera che si gioca a Siviglia molto del proprio progetto europeo. Per Allegri è un momento delicato, deve inventarsi la formazione, non tanto gli undici ma la disposizione degli stessi, con i problemi che la Juventus nuova sta offrendo: un centrocampo disordinato e incompleto, un attacco sempre di emergenza, la difesa rivista e corretta, gli infortuni continui, anche ripetuti, una qualità totale di gioco che non è all'altezza delle prove fornite nel quinquennio ultimo e nei tempi, ugualmente superbi, di Trapattoni, Lippi e Capello, vagamente ricordati dallo stesso Allegri. Juventus con i muscoli e i nervi a fior di pelle. Sui guai fisici esiste una letteratura della collezione autunno-inverno bianconera ma i casi stanno diventando troppi e riguardano i tesserati più illustri, Marchisio e Higuain gli ultimi.

Potrei accennare anche ad altri cosiddetti fenomeni, tipo Dani Alves, il quale rischia di restare disoccupato se non cambierà linee di condotta e principi di integrazione alla disciplina juventina. Il club ha una via di uscita per liberarsi dall'impegno con il brasiliano che non può certo pensare di trascorrere vacanze lussuose a Torino. Idem come sopra per il nuovo prodotto dello star system calcistico: Moise Kean. A sedici anni viene presentato come il presente e il futuro del calcio juventino e italiano. A sedici anni si comporta come un teddy boy (i favolosi anni Cinquanta-Sessanta) all'interno dello spogliatoio, la sua fedina calcistica è piena di episodi sgradevoli non soltanto con gli avversari. La Juventus e Raiola lo lavorano ai fianchi, tenendo d'occhio madre e padre che si sono separati ma hanno entrambi lo ius primae firma (subscriptionis) sul moccioso. Kean è aggregato al gruppo per Siviglia, avrebbe qualche possibilità di debuttare in Champions, un ragazzo del nuovo millennio fa notizia e fa record ma oltre il palcoscenico e le televisioni c'è il campo, ci sono i doveri e non soltanto la voglia di portare a casa stramilioni o chiedere di trasferirsi in Inghilterra o in Spagna.

Kean va gestito con l'esterno come va gestita tutta la vicenda juventina ed è questa l'impresa che non dipende da Allegri e nemmeno da Marotta. Dipende dal presidente e, soprattutto, dai responsabili della comunicazione che stanno dimostrando, al contrario della squadra, di smarrirsi nelle baruffe condominiali, rispolverando vecchie abitudini della belle époque di Boniperti e, a seguire, della cosiddetta triade. Ma questo ai tifosi non interessa molto, anzi sollecita la pancia degli ultras nei confronti della stampa. Piuttosto la Juventus non può perdere a Siviglia, per una questione di logica e di dignità europea. Finora è stata cinica, usando l'aggettivo che va di moda per non spiegare nulla, anche fortunata come a Lione ma gli almanacchi del football sono pieni di risultati e non di spiegazione su come si siano realizzati.

Piena di acciacchi e con i fili nervosi scoperti, la squadra di Allegri cerca di recuperare una linea retta. Rientra Pjanic sulle cui qualità tecniche e balistiche nulla si può e si deve dire ma occorre che il bosniaco prenda in mano il gioco e non lo specchio. Khedira è il professore, come viene chiamato in Germania, il resto è ferramenta con l'interrogativo legato al ginocchio di Marchisio, ai limiti di lettura tattica di Asamoah (contro il Pescara la Juventus ha giocato con tre uomini, Evra, Alex Sandro e appunto Asamoah, tutti sinistri di piede). Tocca a Mandzukic e a Cuadrado dare respiro e corpo alle azioni, spesso noiose, prevedibili, macchinose. Ma la Champions league, si sostiene e si scrive, è un'altra cosa. Sarà. Andiamo a vedere chi dice bugie.