L'Inter finisce in castigo. Il Milan si è perso per strada

I nerazzurri da oggi ancora in ritiro. Pioli resta in sella Il Diavolo deficitario nel ritorno. E ha staccato la spina

Milano - L'Inter è finita in castigo, il Milan ha preso a flagellarsi. È da cinque anni che Milano non decolla nel calcio mentre l'economia e la metropoli guadagnano consensi e successi. Nemmeno l'avvento dei nuovi azionisti cinesi ha prodotto l'inversione di tendenza testimoniata da una classifica deprimente, sesto e settimo posto, una miseria per la gloria passata dei due club.

L'Inter è crollata a Firenze sotto i colpi di una Fiorentina quest'anno irresistibile solo in qualche occasione (contro la Juve) e c'è stato il patatrac. Ausilio, il ds rimasto da solo a governare lo spogliatoio, dopo l'intemerata di Crotone ha rincarato la dose e ieri ha suggerito la nota con l'annuncio ufficiale del ritiro prolungato e/o punitivo da oggi fino a domenica sera, appuntamento col Napoli che è un cliente dei più perfidi da affrontare. Per la prima volta, nel comunicato, società e proprietà hanno puntellato la panchina di Pioli che ha capito benissimo di essere sull'uscio di Appiano Gentile, fin dai primi tempi del suo incarico considerato di passaggio. Il crollo verticale di risultati e prestazioni, seguiti allo squillante 7 a 1 sull'Atalanta, è la somma di una serie di fattori: 1) condizione fisica precaria per via della preparazione iniziata da Mancini e poi interrotta da de Boer; 2) scarso senso di appartenenza in un gruppo che è una babele di lingue e di scuole calcistiche; 3) ridotta personalità incarnata da un capitano troppo giovane e poco leader per poter far le veci di Zanetti; 4) proprietà lontana non solo fisicamente; 5) instabilità tecnica negli anni. L'Inter ha definito ieri «inaccettabile» la resa di Firenze e liquidato le voci sulla ricerca di un nuovo tecnico «circolate in ambienti esterni al club stesso». È stato un modo per convincere Pioli a restare ancora in sella ricacciando indietro il fantasma di Vecchi, già traghettatore.

Il Milan, appena un gradino sopra, non sta certo meglio. Ieri ha continuato a flagellarsi per l'occasione persa con l'Empoli. Scoprendo un deficit che non può essere casuale. Nel girone di ritorno Montella ha collezionato fin qui 19 punti contro i 39 dell'andata (e il 3° posto in classifica). La spiegazione fornita è in un interrogativo rivolto domenica a un cronista dal tecnico napoletano: «All'inizio dell'anno dove pensavate che potesse arrivare la squadra e quali emozioni dare?». Traduzione quasi simultanea: abbiamo fatto quanto è nelle nostre possibilità. La cifra tecnica è così modesta da mettere il Milan alle corde contro Empoli e Pescara? La risposta è no, naturalmente. La distanza rispetto a Juve, Roma e Napoli è ancora vistosa ma nessuno manda sotto processo il Milan perché è fuori dalla Champions. Trattasi perciò di una banale questione di motivazione. Sabato sera, vista l'Inter affondare a Firenze, qualcuno ha staccato la spina a Milanello. Zapata è stato un leone nel derby e una pecorella smarrita dopo una settimana. Spiegazione immediata: si è imbrocchito? No. Ha mollato gli ormeggi. Per non parlare della discutibile mira degli attaccanti che han sprecato tanto e prodotto più sullo slancio che sulla costruzione di gioco. Gli infortuni di Montolivo, Bonaventura e Abate non sono alibi sufficienti: certo sarebbero stati utili a fornire qualche cambio di qualità in più. Niente castigo per i milanisti ma una giornata e mezza di riposo (ripresa mercoledì col doppio allenamento) per staccare la spina e dimenticare l'ennesima delusione. Nel frattempo il piatto piange, De Sciglio è in fuga da Milanello dopo l'aggressione vile di domenica pomeriggio (gelido il colloquio con Mirabelli), mentre Fassone e il nuovo ds attendono col fiato sospeso l'incontro-capestro con Raiola per il contratto di Donnarumma.