L'Inter formato 1-0 tutta grinta e difesa Mancio: «Si vince così»

Il tecnico respinge le critiche per il gioco cinico E in ogni partita trova sempre qualcuno che fa gol

L'effetto sorpresa è finito. L'Inter è tremendamente reale. Cinque su cinque da tre punti in gergo cestistico, tradotto nelle classifiche pallonare quindici punti e saluti alla compagnia. Chi non rema dalla parte nerazzurra cavalca i soliti cavalli di battaglia: fortuna, vittorie risicate e brutto gioco. Bando alle ciance, le parole stanno a zero. Roberto Mancini ha una risposta per tutto: «Non vedo Barcellona in giro», parlando di spettacolo. E paragona questa Inter al Milan del '94, campione d'Italia e d'Europa con Capello, abbonato all'1-0: «Ci ha vinto un campionato così». La capolista che ha sorpreso le classiche rivali al via, tutte alle prese con un'affannosa rincorsa. Tanto che i nerazzurri hanno iniziato a scucire il primo angolo di scudetto dalle maglie della Juventus. Con le stesse armi del quadriennio bianconero. Solidità, concretezza e fame. Già perché questa è un'Inter affamata. Mancini ci ha lavorato sopra dallo scorso novembre, esponendosi al rischio di un'annata di delusioni e critiche. Ora passa alla cassa dopo aver iniziato la rivoluzione cambiando metodologie di lavoro e poi continuato con la rifondazione della squadra numericamente onerosa, ma economicamente indolore.

In attesa del gioco, ha fatto la differenza con la difesa. Particolare non da poco se si fa un dogma calcistico la frase dell'inglese John Charles Gregory: «Gli attaccanti vincono le partite, le difese i campionati». Oltremanica il Mancio c'è stato, ha vinto e deve aver fatto suo il concetto. E dopo aver chiuso la passata stagione con 48 gol incassati, ha messo le cose a posto: dopo cinque gare subita solo una rete. La differenza con Milan (8), Lazio (10), Roma (6), Napoli (6), e Juventus (5) è per ora racchiusa qui. Perché poi davanti un gol l'Inter lo fa sempre. Logica conseguenza di un possesso palla sempre più consistente e di un attacco con tante frecce al proprio arco. All'inizio è stato Jovetic, tre gol in due gare. Poi il missile di Guarin nel derby, il guizzo di Icardi col Chievo e la testata di Felipe Melo al Verona. Come se il gol fosse dovuto, come se l'Inter avesse la consapevolezza che tanto prima o poi avrebbe segnato. Una tranquillità disarmante. La pazienza è virtù dei forti e in questa squadra l'autostima è cresciuta a dismisura.

Ma l'anello di congiunzione è Gary Medel, l'unico giocatore di movimento onnipresente e mai sostituito. Prime due gare in mezzo al campo aspettando Felipe Melo. Poi l'intuizione del Mancio che nel derby lo piazza al centro della difesa, dove il cileno gioca in nazionale, per il forfait di Miranda. Da lì il pitbull non si è più spostato perché nel frattempo si è fermato anche Murillo. Medel è una certezza dove lo metti sta e non ti tradisce.

La stessa fiducia che Thohir ha in Mancini. I due si rivedranno oggi ad Appiano Gentile, dove è attesa la visita del presidente, solo dopo un cda importante con all'ordine del giorno il bilancio con un rosso di circa cento milioni. Quindi la ridistribuzione delle deleghe di Fassone con l'ad Bolingbroke che si prende l'area sportiva. E a breve sarà presentato anche un nuovo dirigente nell'area commerciale. Un passo alla volta in campo e fuori dal campo, la velocità di crociera impostata da Thohir entusiasta per il primato in classifica celebrato con l'eloquente: «Incredibile fare 5 su 5». Dopo la vittoria col Verona, ieri full immersion di riunioni. Per quanto riguarda Pirelli, la sponsorizzazione scade a giugno, se ne riparlerà. Tronchetti Provera conferma: «Ci vedremo». Intanto applaude la squadra: «Sa soffrire e vincere». Fortunata, dicono i detrattori. L'unica volta che l'Inter fece un filotto di cinque vittorie fu nel 1966, Helenio Herrera in panchina. Ma fu anche l'anno della fatal Mantova. E allora ben venga la fortuna.