L'ultima partita ad Upton Park e il fascino del pallone di periferia

Gotta racconta il mondo e il quartiere abbandonati dal West Ham

di Marco Zucchetti

«C hissà cosa ci troverai di bello in tutto questo degrado...». Se una decina di anni fa, quando anch'io mi ero messo in testa di girare e fotografare i dintorni degli stadi di Londra, avessi avuto una copia di Addio West Ham, spiegare a mia madre la mia passione per le scalcinate e dickensiane periferie calcistiche britanniche sarebbe stato più facile. Perché nel libro di Roberto Gotta si trova la risposta alla domanda che tutti hanno fatto almeno una volta ai «malati» di Premier League: perché? Perché tifare club che non vincono mai, con tifosi sudati e tatuati che biascicano in accento cockney, trovandosi a pranzare in tavole calde bisunte? Capisco tifare Chelsea e Arsenal, Harrod's prima della partita e bel gioco. Ma come si fa a entusiasmarsi per Antonio e Mark Noble? Semplice, basta lasciarsi trasportare dall'atmosfera.

Gotta studia e ama il calcio inglese dagli anni '70. Nel 2015-16 si è messo in testa di raccontare l'ultima stagione del West Ham, squadra «operaia» dell'East end londinese, nel vecchio stadio, il Boleyn Ground di Upton Park. Si è abbonato e - tra aerei, treni, metro e perfino traghetti e funivie (!) - ha seguito 18 partite su 19 degli Hammers per raccontare l'ultimo capitolo di una storia lunga 2.164 match e 112 anni. Ne è uscito un documentario sull'«animale-tifoso» e una dichiarazione d'amore per un calcio legato a doppio filo con la comunità. Ma anche un trattato di storia di Londra, dove la geografia del sobborgo di Newham si mischia all'architettura moderna di Canary Wharf, dove l'epopea dei cantieri sul Tamigi fa fiorire l'epopea del calcio claret and blue.

Il resto è un racconto di viaggio tra gli angoli più quotidiani intorno allo stadio, sostituito da settembre dall'asettico Queen Elizabeth Olympic Stadium. Le pies di Nathan's, le pinte di ale del Queens o della Boleyn Tavern (anche se l'autore è colpevolmente astemio e si perde parte del divertimento del pre-partita), il fish and chips, le costine. Il colesterolo come ingrediente del tifo, la fanzine venduta davanti alla chiesa di Our Lady of Compassion da un ex deejay in anfibi e coppola, il mercatino con il pescivendolo pakistano finito pure a X-Factor: il piccolo mondo devastato del West Ham era questo. Una zona popolare diventata regno di fast food etnici, dove il decoro e l'estetica non sono mai interessati granché «e dove l'unica cosa a spiccare è la squadra, che infatti se ne va».

Perché in fondo ai tantissimi tifosi degli Hammers che canticchiano l'inno I'm forever blowing bubbles le radici interessano più dei gol di Payet. E la nostalgia per quello stadio abbandonato se la porteranno addosso, ultimo reperto di un calcio che muore da decenni ma ancora si ostina a non accorgersene.