Macchè guerre e rivoluzioni: è il derby che divide et impera sul mondo

In Scozia Celtic contro Rangers è una guerra santa, a Londra ci sono dieci squadre ma nulla vale Arsenal contro Tottenham, a Montevideo la disputa è anche su chi è nato primo e ad Atene la sfida si allarga anche al basket e al volley. La stracittadina è la madre di tutte le battaglie e niente vale di più. Tranne Real-Barcellona

Gli hanno dato cittadinanza nella città di Derby, Midlands Orientali, che, dicono, debba il suo nome alla parola danese «deor» che vuol dire più o meno «casa del cervo». Ma non è detto sia così. Potrebbe per esempio essere figlia del Medioevo, quando Derby, appunto, fu devastata da una guerra implacabile e infinita che costrinse tutti a dividere in due la città. Oppure alla gara che ogni martedì grasso e ogni venerdì delle ceneri nel villaggio inglese di Asbourne metteva di fronte quelli che abitavano a nord del fiume contro quelli che vivevano a sud.

In ogni caso il derby è la madre di tutte le partite, l'ombelico del mondo calcistico, la sintesi del tutto, il meglio che c'è. A partire dal derby che non c'è, almeno fino a quando i Rangers, la prima squadra al mondo a toccare i 50 titoli vinti, tornerà nella massima divisione scozzese dopo la bancarotta che li ha costretti a ripartire da zero. I Rangers protestanti e unionisti, che nel 1910 per statuto si imposero, non sia mai, di non tesserare giocatori cattolici, e il Celtic nato come club sociale per ragazzi cattolici, l'unico a tenerle testa, l'unico scozzese ad aver vinto la copppa campioni. Una guerra santa più che una partita, nessun derby nella patria di calcio vale quanto l'Old Firm, che nel 1939 l'Ibrox Park, tana dei Rangers, toccò i 118mila spettatori, cioè la capienza dei due stadi di adesso. Il derby ora è solo l'attesa.

Una rivalità anticamente basata sulla religione divide anche Manchester tra lo United figlio della comunità cattolica, ricco e celebre in tutto il mondo, e il City protestante, povero e popolare, ma i tempi sono cambiati da quando i Citizens sono entrati nel patrimonio di famiglia del principe musulmano Mansur bin Zayd Al Nahyan, diventando con i soldi, una montagna, belli come i cugini, ormai di proprietà americana. Ma in Inghilterra è quello della Mersey, l'Everton da una parte e il Liverpool, nato dalla sua costola come l'Inter dal Milan, dall'altra, il derby più furibondo. Da quando cioè John Houlding, proprietario di Anfield, fondò una squadra nuova di zecca, i Reds appunto, e fece traslocare i soci dall'altra parte del parco, al Godison. Liverpool però si è fatta leggenda, e si che è Londra, che ha dieci squadre, la capitale dei derby, ma tra nobili decaduti e diseredati arriccchiti, e gerarchie che mutano quasi ad ogni stagione, resta Arsenal contro Tottenham il match dei matches.

Le capitali sono tutte madri e padri derby, tutte un'unità che si spacca per poi ricomporsi. Ad Atene sono in tre, ma soprattutto è l'Olympiakos, nato come paladino della working class, contro il Panhathinaikos, il derby dell'«eterna rivalità», nemici anche nel basket e nel volley, poi c'è l'Aek ma meno. Ad Istanbul il Fenerbahce, che vive nella Turchia asiatica, si considera la squadra del popolo sovrano perchè il padre della patria Ataturk era suo tifoso, ma è il Galatasaray, la squadra più ricca e vincente con il Besiktas a fare da terzo incomdo. A Mosca addirittura le squadre sono cinque: il Cska, un tempo squadra dell'Armata Rossa; la Dinamo, il club della polizia segreta e di Lev Jascin; la Lokomotiv, manco a dirlo figlia delle ferrovie dello Stato; la Torpedo, che parti da squadra del sindacato per diventare rappresentativa calcistica di un'azienda d'automobili. La più amata però è lo Spartak: merito dell'aura di leggenda che accompagna il suo fondatore Nikolai Starostin. Passò tre anni nei gulag staliniani solo per aver avuto l'ardire di sfidare Cska e Dinamo. Basta per la gloria eterna. Non meno furiosi il derby di Bucares tra Steaua e Dinamo e quello di Blegrado tra Stella Rossa e Partizan. Diverso in Spagna dove il derby vero è tra Real Madrid e Barcellona, castigliani e catalani, il potere del re e la rivoluzione autonomista. El Clasico che surclassa più Barcellona-Espanol che Real-Atletico.

El Superclasico, la retorica conta, è invece sudamericano, è Buenos Aires, Boca Juniors e River Plate, nate tutte e due nello stesso quartiere, il Boca appunto, prima che il River emigrasse a nord per trovare una tifoseria più sofisticata e un nemico di classe. Ma Buenos Aires è una città stato: ci sono il Lanus, l'Argentinos Junior che ha cullato Maradona, il Velez Sarsfield di Carlos Bianchi, l'Huracan di Hector Cuper che però la rivalità la sente con il San Lorenzo, la squadra di Papa Bergoglio.

In Uruguay Montevideo mette contro il Nacional, nato tutto uruguaiano per opporsi alla comunità inglese, e il Penarol, che deve il nome alla nostra Pinerolo, divisi anche da una disputa storica su tra chi sia nato prima. In Brasile la rivalità regina è il Fla-Flu, il Fluminense, primo nato, e il Flamengo, figlio suo, che nel 1912 si portò via per nascere i migliori giocatori della parte avversa. Per questo nello stesso anno al primo derby dovevano stravincere i rossoneri. Invece all'ultimo minuto vinse il Fluminense per 3-2. E se il battesimo è questo figuratevi la vita che verrà...