Mamme d'Italia con vista su Tokyo 2020

Tania Cagnotto si aggiunge a Francesca Dallapè ed Elisa Di Francisca

Ci sono signore alle quali riescono i miracoli. Per loro la vita non può essere piatta, incolore o persino scontata. Altrimenti, questa vita, prendendo in prestito il pensiero di Vasco Rossi, un senso non ce l'ha. E' una questione di testa. Di voglia. Di adrenalina. Di fame agonistica. Anche e soprattutto di sacrifici. Tanti. Ma qual è la molla che le spinge ad affrontare ancora ore e ore di sedute in palestra? Trovare una risposta, a dire il vero, è un compito assai arduo. Una cosa, però, è certa: loro, non sono mai sazie, mai dome. Loro sono le mamme d'Italia.

In principio fu Josefa Idem, capace nel lontano '95 di vincere, incinta di dieci settimane del primogenito Janek, il bronzo ai Mondiali. Lo stesso bimbo che Josefa abbraccerà poi sul podio ai Giochi di Atlanta. Idem ad Atene, quando l'argento olimpico arrivò quindici mesi dopo la nascita del secondogenito Jonas. Ostinazione e tenacia. Altro che sesso debole.

Se parliamo di perseveranza, come non ricordare quella volta in cui Valentina Vezzali mise al collo la medaglia d'oro ai Mondiali di Lipsia del 2005, quattro mesi dopo aver messo alla luce il figlio Pietro. Non è forse questo un miracolo? Certo è che ci vuole coraggio a ributtarsi nella mischia dopo un parto. Perché trovare il modo di allenarsi, tra una poppata e una stoccata, come nel caso della Vezzali, non è da tutte. Figuriamoci vincere una medaglia. Un'impresa titanica, penserete. Ma fino ad un certo punto per le nostre mamme sprint. Che magari si ritirano. Ma poi si fanno prendere dalla nostalgia. E, come certi grandi amori, ritornano.

Tanto che una come Tania Cagnotto, nel giorno della presentazione del suo libro, dopo il ritiro e dopo aver dato alla luce Maya, rivela di meditare un clamoroso rientro alle gare. «Francesca Dallapè la compagna di sincro di Tania tornata a tuffarsi dal trampolino dopo aver dato alla luce Ludovica - me lo chiede sempre. Ci penso, sarebbe bello gareggiare senza l'obbligo di vincere». Aggiungendo poi: «Ad ottobre torno ad allenarmi». Non è una frase buttata lì, una cosa detta senza pensarci. Ma deve fare presto. Il tempo stringe. Tokyo sembra lontana ma eppure è vicina. «Mio padre Giorgio iniziò proprio a Tokyo 64, sarebbe la chiusura del cerchio».

Non avrebbe nient'altro di più da chiedere al suo mondo Elisa Di Francisca, olimpionica di fioretto. Nonostante la nascita di Ettore, il suo piccolo eroe, per lei il ritorno in pedana è stato troppo forte. Con un sogno nel cassetto: vincere una medaglia in Giappone nella prova a squadre di fioretto che torna nel programma olimpico. Già, finalmente. Laggiù, insieme al Dream Team fresco di oro continentale, proverà a emulare le gesta di mamma Vezzali. E regalare un dono, si legga medaglia, al suo piccolino. Così come hanno già fatto mamma Diana Bacosi e mamma Chiara Cainero, oro e argento a Rio nello skeet del tiro a volo. L'apoteosi. Sono loro, le mamme d'Italia. E' chiaro, no?