"Champions, ci siamo Me lo dice... la testa"

Mercoledì c’è l’Atletico Il bosniaco è la mente della Signora: «Ci assomiglia, ma CR7 ce l’abbiamo noi...»

Davide Pisoni

nostro inviato a Torino

Gli occhi di Miralem Pjanic raccontano tutto del giocatore e dell'uomo. Vivi, veloci, mai sfuggenti. Dentro e fuori dal campo. Fin da piccolo, quando gli è riuscito l'unico dribbling, il più importante. «Avevo due anni, la squadra dove giocava mio papà non voleva lasciarlo andare in Lussemburgo. L'ultima volta c'ero anche io e a un certo punto mi misi a piangere. Il dirigente si convinse. Un dribbling irripetibile, anche se l'ho fatto inconsciamente...».

Cos'è la Bosnia per Pjanic?

«Speciale. Non dimenticherò mai da dove sono venuto. Sono molto vicino al mio Paese anche se non ci ho mai vissuto. La prima volta ci sono stato a sei anni. È la guerra che mi ha legato al mio Paese. Per quello che ha vissuto la mia gente, voglio regalare gioia e soprattutto insegnare che se uno lavora può fare grandi cose nello sport come nella vita».

Il prossimo obiettivo è la Champions. Contro l'Atletico Madrid che ottavo è?

«Nobile. La loro filosofia non è semplice per niente. Sta a noi cercare di gestire bene le due gare e cercare di fare un gol a Madrid».

La squadra di Simeone ricorda l'Atalanta.

«No, assomiglia tanto allo stile Juve: compatta, concede pochi spazi, non prende tanti gol. Loro sono molto aggressivi sui giocatori, ma noi abbiamo individualità più forti. Su questo dobbiamo fare la differenza. L'Atletico sarà motivato dal poter giocare la finale in casa, dopo averne giocate due negli ultimi cinque anni».

Come la Juve. Quest'anno la pressione Champions è alta. Ne state risentendo?

«Per niente! Noi ci sentiamo forti anche se siamo stati eliminati dalla coppa Italia. Per il resto solo grandi risultati anche se ultimamente ci sono state partite complicate. Dobbiamo migliorare due-tre cose per affrontare queste sfide da dentro o fuori».

Quali?

«Abbiamo preso troppi gol, non è da noi. Il blocco squadra deve difendere, tutti insieme e quando dico così davvero tutti insieme, anche gli attaccanti dovranno fare quello che abbiamo sempre fatto. Avanti tutti insieme, questo è un anno importante».

La partita della consapevolezza è stata la gara di andata all'Old Trafford?

«Siamo stati forti sul campo, tecnicamente seri. Ma era stato così anche allo Stadium, dovevamo vincere quattro a zero. Abbiamo dimostrato più volte di essere forti. Poi si vuole sempre creare allarme attorno a noi. Ma noi non ci preoccupiamo di niente».

Neanche dello zero alla voce punizioni segnate? Nonostante lei, CR7 e Dybala...

«Non abbiamo ancora avuto belle occasioni. Gli avversari fanno attenzione a non farci falli vicino all'area».

Come ci si sente a essere il regista della Juve di CR7?

«Non è questione di Cristiano Ronaldo. Io devo far giocare bene la squadra, non un singolo. Devo velocizzare, accelerare o rallentare. Ho una responsabilità grande, ma alla fine voglio vincere».

Per riuscirci è dovuto venire alla Juventus...

«La verità è che l'unica cosa che conta è vincere. Dopo tre anni nessuno si ricorda se hai giocato male, alla fine c'è scritto chi ha vinto e in campo c'erano questi giocatori. La verità è che conta portare i trofei a casa, solo così sarai ricordato come vero e grande giocatore».

Con Cristiano Ronaldo è più facile.

«Sì, perché è sempre stato decisivo nelle grandi partite, è nato per fare gol importanti. E adesso ce l'abbiamo noi. Tocca a noi sfruttarlo al meglio. Tutti i ragazzi fanno in modo che stia bene, ogni tanto gli parlo, mi dice che si trova bene ed è sicuro della forza di questa Juve».

Il suo calcio in una parola.

«Semplice. A me piacciono Xavi, Busquets e Pirlo: non fanno cose difficili, spettacolari ma con la loro semplicità rendono il calcio bello, mi piace tantissimo».

È l'erede di Pirlo...

«Fuoriclasse assoluto, ingiusto paragonarmi a lui, anche se la storia sul campo è abbastanza simile alla sua. Siamo partiti trequartisti e abbiamo finito registi».

Lei ha fatto pure la mezz'ala, tre Pjanic in uno... Adesso è nella posizione giusta?

«Allegri mi vedeva lì fin da subito. Mi piace molto».

Allegri ha detto che Pjanic è diventato un giocatore serio.

«Ho capito molto bene quello che vuole. Per il mister è molto importante quel posto lì sul campo, mi ha migliorato tanto».

Nel suo calcio semplice, un giorno le piacerebbe essere allenato da Zidane?

«Tutto quello che ha toccato nel calcio è diventato oro, è un numero uno, ma adesso mi allena un grande allenatore».

Una sua qualità è l'intelligenza. Lì ci può stare solo chi ha cervello?

«Il centrocampo è il cuore del gioco. Devi correre, pensare... devi saper fare tutto. Una delle migliori doti è vedere il gioco in anticipo, vedere cose che gli altri non vedono».

Quale partita rigiocherebbe?

«La finale di Cardiff».

Anche per lei la Champions è un'ossessione?

«Io vedo che qui nei prossimi anni arriverà la Champions. È un mio sogno e sono nel posto ideale per realizzarlo».

Eppure in estate poteva andare via.

«C'erano delle cose, è vero. Non c'era motivo di cambiare. La Juventus è la mia ultima grande squadra? I trasferimenti non dipendono solo dal calciatore ma anche dalla società, che forse ha dei bisogni forse no. Non dipende solo dal calciatore».

Il suo amico Benatia ha scelto di andare via...

«Mi dispiace, ma rispetto la sua scelta. Io voglio solo che i miei amici siano felici».

Per chi vive Pjanic

«Mio figlio Edin. È la mia priorità, la cosa più bella che ho, è quella la vera vita. Con lui parlo francese ma anche bosniaco perché voglio tramandargli le tradizioni del mio Paese. E la mia visione della vita».

Cioè?

«È la stessa di quando ero piccolo: rispetto verso la gente. Vorrei avere una vita normale, semplice come il mio calcio, uscire liberamente con mio figlio. Non vorrei essere giudicato, perché delle persone si raccontano solo le cose brutte, perché fanno sempre notizia».

Una bella di lei è il suo essere poliglotta. Parla anche inglese, tedesco, lussemburghese e italiano. È anche il traduttore di Allegri?

«Aiuto i nuovi arrivati...».

Il suo calcio è soprattutto nella testa.

«Con la velocità di pensiero, vanno più veloci le gambe e la palla».

Il pianista Pjanic è pronto per suonare la musichetta Champions con il suo calcio semplice. Usa i piedi, ma soprattutto la testa.