Merito di Allegri che ha rallentato i super ritmi di Conte

Reclutato al volo da Marotta al posto del futuro ct ha conquistato il gruppo prima di scaldare la piazza

«Ma Allegri sarà capace di gestire la pressione mediatica? Questa è la Juve». «Ma sarà in grado di vincere come ha fatto Antonio Conte?». «Ma possiamo affidare un'armata a un allenatore esonerato dal Cagliari?». «Ma cosa dirà Pirlo quando se lo vedrà davanti dopo la lite ai tempi del Milan?». Basta sfogliare la rassegna stampa del mese di luglio 2014, custodita gelosamente da qualche amico del Max, per cogliere fior da fiore, una striscia continua di interrogativi e pregiudizi che avevano accolto a Vinovo l'arrivo di Allegri e del suo staff, reclutato in tutta fretta da Giuseppe Marotta per rimpiazzare la partenza improvvisa e traumatica di Antonio Conte.

Il livornese Allegri, fumantino per definizione e attaccabrighe dichiarato, ebbe la forza di resistere a ogni tentazione polemica e di presentarsi in punta di piedi. Senza promettere ribaltoni o rivoluzioni, tacendo di piani e programmi che avrebbe svelato con il tempo, vestendo il saio del frate trappista e mettendosi subito al lavoro. Il suo capolavoro nella Torino sabauda cominciò legando al volo con il gruppo dei senatori, trascinato dall'amicizia, antica e solida, con Chiellini, livornese come lui. L'accoglienza fu dunque la prima palla giocata come si deve da Max che si ritrovò tra l'altro in condizioni di disagio. Chiunque, al suo posto, sarebbe naufragato dopo poche settimane: pochissimi giocatori presenti al raduno, i reduci dal mondiale con acciacchi (Vidal su tutti) o il morale sotto i tacchi, l'unico gioiellino del mercato, Morata, arrivato dal Real Madrid, troppo acerbo e senza curriculum alle spalle.

E invece Allegri scoprì un vero tesoro, nella cintura torinese. «Un gruppo di professionisti s t r a o r d i n a r i o», scandì bene l'aggettivo ai suoi amici saliti da Livorno a incoraggiarlo e fargli compagnia per spiegare in modo didascalico che non avrebbe dovuto compiere l'impresa titanica ma soltanto muoversi con una maestria mai dimostrata prima per far luccicare il blasone antico. E la sua bravura è consistita, adesso possiamo scriverlo senza provocare tumulti sul web, nello smerigliare il motore di una macchina calcistica finita senza benzina nella stagione precedente. Qui con certosina abilità Max ha fatto lavorare tutti ma ha insegnato come sia possibile rallentare, durante la stessa partita, i ritmi ossessivi imposti da Conte al fine di risparmiare energie preziose. Ha fatto ritocchi qui e là, in difesa adottando il sistema a 4 in talune circostanze, chiamando Tevez ad uscire dalla morsa d'acciaio delle difese rivali per guadagnare spazio e aria al suo naturale talento di guastatore. Così, settimana dopo settimana, partita dopo partita, quei quesiti feroci sono finiti dentro un cestino ed è venuto fuori il vero temperamento di Allegri, predicatore della calma olimpica, oltre che dell'astuzia tattica.

Gli ultimi (del gruppo) sono diventati come i primi: Padoin un jolly con i fiocchi, Pereyra un trequartista sorprendente. E i primi della classe, da Buffon, scelto da Max come uomo-simbolo di questa razza padrona bianconera, a Pirlo, sono rimasti al primo banco dall'inizio alla fine di questa stagione trasformata, tra qualche sosta ai box (a Cesena) in una cavalcata trionfale. Senza strappi al motore, bisognerà aggiungere. Anzi con una gemma incastonata, e cioè lo sbarco dopo 12 anni, tra le prime quattro regine di Champions league che poi è sempre stato il dichiarato obiettivo della casa madre. Anche qui, prima del Borussia, non mancarono le proteste degli infedeli quando Allegri fece di conto. «Basta anche lo 0 a 0 in casa» disse e ci fu la rivolta. La Juve non pareggiò, vinse due volte e solo allora la piazza si placò.