"#MeToo nel ciclismo? Sì, il problema c'era. Ma l'abbiamo risolto..."

Dopo le nostre rivelazioni parla il presidente Federciclismo: "Però non riguardava minori"

È innegabile che Renato Di Rocco, 72 anni, presidente della Federciclismo dal 2005, avrebbe desiderato un risveglio più sereno. Ieri mattina attorno alle 7 la rassegna stampa quotidiana, e la sorpresa dell'affondo portato da Silvio Martinello sulle colonne de Il Giornale gli ha reso il caffè più amaro del solito. Perché il problema delle molestie sessuali e psicologiche esiste anche in Italia, da tempo, almeno dal 2005, anche se a noi risulta che tali comportamenti fossero già in atto molto prima, anche sotto la presidenza di Giancarlo Ceruti. Il mondo del ciclismo s'interroga e trattiene il fiato. All'estero hanno trovato la forza di parlare (Ester Meisels, ndr) e di fare gruppo. Un team di livello mondiale come la Sunweb ha annunciato lunedì scorso un decalogo contro gli abusi destinato a proteggere le ragazze al motto di #MeToo cycling. Dopo le rivelazioni di Silvio Martinello, la parola dunque al presidente Di Rocco, che non si è nascosto dietro un dito.

Presidente, le parole di Martinello sono state durissime, se lo aspettava?

«Francamente no, anche perché il problema per quanto mi risulta risale al 2011: è stato affrontato e risolto. Ognuno ha fatto un salto culturale».

Si parla di un tecnico azzurro: è stato rimosso?

«Andiamo con ordine: il problema è sorto tra due persone maggiorenni e consenzienti. È chiaro che a me la cosa non piaceva neanche un po', e non l'ho fatta cadere nel nulla: da una parte la minaccia di un esonero immediato, dall'altra una condotta consona a persone che vestono e rappresentano la maglia azzurra. Ognuno si è assunto le proprie responsabilità e ha cambiato passo».

Martinello parla anche di problemi con minori?

«A me non risulta, se non fuori dal giro azzurro e anche in quell'occasione, quando siamo venuti a conoscenza di fatti gravi, abbiamo affrontato la questione con il massimo della celerità e del rigore. Non più di un anno fa abbiamo radiato il presidente di una società femminile che aveva avuto a che fare con delle minori».

Scusi se insisto: ma il tecnico azzurro è ancora al suo posto?

«Certo, ha capito e ha cambiato registro. Fino a prova contraria era semplicemente una storia d'amore corrisposta».

Può dirci almeno se era la prima?

«Non era la prima, questo lo posso dire. Però mi lasci dire anche quello che è stato fatto e quello che stiamo facendo».

Certo.

«Oggi il problema è seguito con grandissima attenzione da tutto il Consiglio Federale che ha messo in atto una procedura federale rigorosissima. Noi da anni informiamo le famiglie e le ragazze, siano minori o non, a denunciare abusi e minacce. Le invitiamo a non aver paura e sono solito dire loro: Non siete sole. Da almeno un paio di anni abbiamo varato una posta elettronica che garantisce l'anonimato ed è gestita da un organo di vigilanza esterno alla Federazione, che garantisce la terzietà e con la quale si possono denunciare atti di molestie e abusi».

Ma ultimamente ci sono stati altri casi?

«Qualche mese fa siamo intervenuti nelle Marche. C'era una società che teneva sette ragazze in un monolocale senza neanche i servizi igienici minimi. Situazioni imbarazzanti, che noi abbiamo affrontato. Oggi l'attenzione si è alzata e anche di molto. All'interno dell'Accpi, il sindacato dei corridori italiani, c'è Alessandra Cappellotto ex campionessa del mondo, che si sta adoperando tantissimo alla causa. Ora però bisogna fare l'ultimo passo: abbattere il muro dell'omertà».

Quello che le donne non dicono è il titolo di una canzone, ma non può essere un alibi. È chiaro, devono parlare, ma anche sentire attorno a sé protezione, non abbandono.

«E noi ci siamo e faremo di tutto per esserci ancora di più. Però una cosa la voglio dire: non accetto lezioni di morale da chi non ha titoli per farlo».

A chi si rivolge?

«Ad un uomo».